9 agosto

Il Venezuela in un vicolo cieco

Resta più che grave la situazione in Venezuela, dove si è insediata la Costituente voluta da Nicolas Maduro che di fatto ha esautorato il Parlamento. Il confronto ora è alle stelle e la possibilità che si arrivi a uno scontro armato è alta.

In questi giorni è stato sventato un tentativo di colpo di Stato: a Paramacay il capitano Caguaripano ha tentato di prendere il controllo della locale base militare, ma l’iniziativa non è riuscita per l’opposizione dei militari di stanza al forte.

Ma che le forze che si oppongono a Maduro stiano pensando di passare a un confronto armato lo conferma la rivelazione di Oscar Perez, un ex membro del Cicpc (un corpo speciale della polizia), che deve la sua notorietà ad alcuni atti terroristici compiuti a Caracas (da un elicottero ha lanciato bombe sul ministero dell’Interno e sul Tribunale Supremo).

Losco figuro, benché blandito da diversi media occidentali, Perez ha infatti affermato di aver iniziato ad addestrare dei giovani per iniziare una guerriglia contro il governo. C’è il rischio che tale iniziativa replichi in Vanezuela la sventurata stagione dei contras.

Da parte sua, il governo seguita nella sua politica di repressione e di scontro aperto con l’opposizione, che pure non ha nelle sue corde l’opzione ghandiana.

L’Occidente e quasi tutti i Paesi dell’America latina hanno preso le difese delle forze oppositive, isolando di fatto il governo di Caracas e dichiarando illegittima la Costituente appena insediata.

Maduro ha incassato solo l’appoggio simbolico di Maradona, che potrà sembrare risibile agli occhi occidentali, ma non lo è affatto a quelli dell’America latina, per il quale il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi non è solo un idolo sportivo, ma un vero e proprio capo-popolo.

Tutto sembra precipitare verso un confronto armato. Ma chi crede che Maduro cadrà alla minima spallata rischia di commettere un grosso errore: l’attacco al forte di Paramacay ha dimostrato che l’esercito sta dalla sua parte. Difficile quindi sperare in un “sollevamento” militare, quelli per inciso che gli Stati Uniti hanno usato nei decenni passati per rimuovere leaders latino americani poco graditi.

Il Venezuela non è una repubblica delle banane. E Maduro, oltre che sulla fedeltà dell’esercito, può contare su un largo seguito popolare: anche fosse vero che l’affluenza al voto per l’assemblea Costituente è stata pompata, come capita anche altrove, sono altrettanto pompate, al contrario, le risibili cifre fatte girare dai suoi oppositori.

Se si va allo scontro, come sperano anche molte cancellerie occidentali che accarezzano l’idea di accaparrarsi il petrolio venezuelano, non sarà di breve durata, ma lungo e sanguinoso. Peraltro, a differenza di altri conflitti che in passato hanno insanguinato l’America latina, potrebbe comprendere la variabile terroristica, che ormai appare inevitabile nelle guerre moderne.

Né si vede chi potrebbe mediare tra i contendenti, così da evitare un più che probabile bagno di sangue (ad oggi i morti ammazzati negli scontri tra le forze lealiste e quelle dell’opposizione sono circa 120). L’ultima possibilità era la Chiesa, ma lo scorso 4 agosto la Santa Sede ha emesso un comunicato che pone qualche criticità in tal senso.

Non solo perché più critico del governo che dell’opposizione, posizione che poteva comunque non ostare a un eventuale dialogo successivo, ma perché chiede l’impossibile: ovvero che il governo sospenda l’Assemblea Costituente. Cosa che Maduro non può fare, almeno al momento, a meno di non dichiarare fallito il suo, pur emendabile, progetto politico.

Certo, come posizione ideale quella della Santa Sede è del tutto legittima e alta, e probabilmente è stata sollecitata dalla Chiesa locale, ma a livello politico pone un ostacolo quasi insormontabile (se la sospensione della Costituente resta premessa ineludibile) a un possibile intervento di mediazione della Chiesa che, ripetiamo, al momento è l’unico attore capace di interpretare tale ruolo.

Né sarà sfuggita al governo chavista l’assenza, nel comunicato, di qualsivoglia critica agli attori internazionali di questo conflitto, che pure sono tanti e soffiano sul fuoco venezuelano nella speranza che un incendio (o anche solo il dilatarsi della destabilizzazione) gli consenta di mettere le mani sul mare di petrolio sul quale galleggia il Paese.

Non si tratta di criticare la diplomazia vaticana, non siamo nessuno per farlo e avrà certo avuto le sue ragioni per intervenire con questa modalità, né di difendere il governo venezuelano da indebite ingerenze, che tali non sono dal momento che la Chiesa non si muove per interesse di parte (salvo commendevoli eccezioni del passato che confermano la regola).

Quanto di registrare che l’unico attore  non protagonista della tragedia venezuelana, schierandosi in maniera così netta, di fatto, almeno al momento, ha rinunciato a un possibile ruolo di mediazione.

Non si vede dunque chi possa porre argine al precipitare degli eventi. Una via, ipotetica, potrebbe rinvenirsi in una intermediazione cubana. È tramite Cuba, infatti, che il governo colombiano è riuscito a trovare una interlocuzione con l’opposizione in armi, ponendo fine a un annoso conflitto. Una mediazione alta alla quale ha partecipato, con frutto, anche la Chiesa cattolica.

È solo un’ipotesi, e più che aleatoria, peraltro ostacolata dall’irrigidimento, per ora solo verbale, dei rapporti tra l’Avana e Washington. Ma i costruttori di pace non possono rassegnarsi all’inevitabile inasprimento dello scontro. Anche le vie aleatorie, che possono essere svariate (l’Onu?), sono meglio del vicolo cieco attuale.

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