7 agosto

L’Iran e l’attivismo di Moqata al Sadr

«L’Arabia Saudita verserà nelle casse del governo di Baghdad 10 milioni di dollari per aiutare gli sfollati interni dell’Iraq. Lo ha fatto sapere il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per sottolineare il successo dell’incontro che ha avuto due giorni fa con uno dei più potenti religiosi sciiti iracheni, Moqtada al-Sadr. I due paesi lavoreranno per migliorare le relazioni commerciali, anche attraverso l’apertura di un consolato saudita a Najaf». Inizia così un articolo di Michele Giorgio sul Manifesto, ripreso il 3 agosto da Nena News.

Un articolo nel quale il cronista registra quello che sembra un tentativo da parte dell’uomo forte di Ryad, Mohammed bin Salman, di influenzare il corso degli avvenimenti in Iraq.

Moqata al Sadr durante l’occupazione americana dell’Iraq ha creato una sua milizia personale che ha avuto grande importanza per gli sviluppi dell’annoso conflitto iracheno.

Chierico sciita e legato all’Iran, il suo esercito ha una forte connotazione religiosa, tanto che ha voluto chiamarlo l’Esercito del Mahdi, una figura apocalittica quest’ultima, che l’islamismo sciita colloca alla fine dei tempi.

Tale tratto religioso però, soprattutto negli ultimi anni, ha assunto anche una forte venatura nazionalista, aggiungendo alla sua missione prettamente religiosa quella di liberare il Paese dalle influenze straniere.

Una strana commistione tra millenarismo e nazionalismo che ha visto al Sadr assumere a volte posizioni dialettiche rispetto al governo a guida sciita di Baghdad, al quale rimprovera corruttela e altro.

Inoltre, tale nazionalismo lo ha portato a volte a prendere le distanze dalle influenze iraniane, anche se non ha mai assunto una posizione di aperta opposizione a Teheran, che resta il faro dell’islamismo sciita.

Le rivendicazioni rispetto a Teheran si sono accentuate con l’ascesa al potere in Iran di un governo di impronta moderata, quello di Hassan Rouhani.

Il viaggio in terra d’Arabia potrebbe quindi dover rinforzare il tratto anti-iraniano di al Sadr, proprio in un momento nel quale più forti si sono fatti i legami tra il governo sciita di Baghdad e quello di Teheran, rinsaldati dalla necessità di ricacciare fuori dal Paese il comune nemico, l’Isis.

Da qui l’appoggio, cercato e ricevuto, dell’Arabia Saudita, ben felice di trovare un interlocutore che possa tentare di rinnovare, in altre forme, i fasti di un Iraq anti-iraniano, come già fu ai tempi di Saddam Hussein.

Da questo punto di vista appare più che significativo che l’ubicazione del consolato saudita, la cui apertura è stata prevista a margine dell’incontro, sia stata individuata nella città di Najaf, controllata dall’esercito del Mahdi, piuttosto che nella capitale irachena.

Più che probabile che questo riposizionamento di Moqata al Sadr sia stato favorito dai conservatori iraniani che si oppongono a Rouhani, i quali, dopo la morte di Akbar Hashemi Rasfanjani, si sono rafforzati nell’ambito del clero sciita (peraltro sono davvero tanti a sospettare che il vecchio Rasfanjani non sia morto di morte naturale…).

Senza un appoggio di ambiti iraniani, difficilmente al Sadr avrebbe tentato una mossa tanto azzardata, pur se giustificata come un tentativo per allentare la morsa del conflitto tra sunniti e sciiti.

Peraltro va considerato che a Teheran si sta consumando uno scontro all’ultimo sangue, benché tacito, tra conservatori e moderati.

Ieri è iniziato il secondo mandato presidenziale di Hassan Rouhani. Salutato con favore dall’Europa, tanto che al suo incipit ha partecipato il ministro degli Esteri Ue Federica Mogherini.

Una vicinanza che è più che necessaria al nuovo presidente, dal momento che le sanzioni varate dagli Stati Uniti contro Teheran lo mettono in grave difficoltà.

I suoi avversari interni, infatti, gli rimproverano di essere troppo debole, dal momento che nonostante gli Stati Uniti non rispettino quanto stabilito dall’accordo sul nucleare, che prevedeva uno stop alle ricerche sul nucleare in cambio della fine del regime sanzionatorio,  egli continui a tener fede a tale patto.

Insomma, la situazione a Teheran, nonostante Rouhani sia di nuovo presidente, è alquanto complessa. La mossa di al Sadr può provocare ulteriori danni, dal momento che il presidente iraniano finora ha potuto rispondere ai suoi nemici grazie alle vittorie conseguite sul piano geopolitico.

Durante il suo mandato, infatti, Teheran ha realizzato un rapporto nuovo e prossimo con Baghdad, perno di quell’asse sciita, conseguita sempre sotto la sua presidenza, che va dalla capitale iraniana al Libano.

L’attivismo di Moqata al Sadr potrebbe rendere più confuso il quadro di tali conquiste, magari mettendo contro Rouhani gli sciiti iracheni o parte di essi. Oppure potrebbe costringerlo a fare passi falsi dei quali potrebbero avvantaggiarsi i suoi nemici interni ed esterni.

Insomma, la visita saudita di Moqata al Sadr ha tante valenze. Speriamo che, per una eterogenesi dei fini, possa davvero portare all’inizio di un dialogo sottotraccia tra sciiti e sunniti, come da motivazione ufficiale. Ma i rischi che si trasformi in qualcosa di opposto sono tanti.

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