4 agosto

Netanyahu inseguito dalla magistratura

Sembrano decollare le inchieste che da tempo inseguono il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sul quale si addensano sospetti di frode e corruzione. Una nota di Ansamed, rilanciata da Dagospia, cita i giornali israeliani che ne parlano diffusamente. «Il trono traballa», è il titolo di Yediot Ahronot, mentre Haaretz parla di un «punto di svolta» nell’inchiesta.

La vicenda è analizzata anche da Mazal Mualem sul sito al Monitor (3 agosto), che accenna anche al coinvolgimento della moglie del premier nell’indagine: il 2 agosto Sara Netanyahu è stata interrogata per la quarta volta dagli inquirenti.

La Mualem non è convinta di una svolta immediata, anzi spiega che l’inchiesta potrebbe protrarsi a lungo e durare anche un anno.

Resta che «le indagini hanno colpito il sistema politico israeliano come uno tsunami», annota la cronista, dal momento che Netanyahu è stato il baricentro e il primo motore più o meno immobile della politica israeliana dell’ultimo ventennio.

La sua eventuale uscita di scena, creerebbe un vuoto che dovrà essere colmato, ma ad oggi è difficile capire come e da chi.

Secondo la Mualem, infatti, il Likud non ha un leader di riserva all’altezza. Nessun dei possibili successori, infatti, «ha il carisma per attrarre il sostegno del popolo israeliano».

Anche perché un’eventuale uscita di scena di Netanyahu farebbe emergere il volto più «estremo» del partito.

Né la fuoriuscita del premier sembra poter favorire il partito laburista, che di recente ha visto ascendere un nuovo leader, Avi Gabbay, che ha battuto alle primarie Isaac Herzog.

Infatti, se la vittoria di Gabbay ha portato qualche consenso in più alla sinistra, resta che l’elettorato israeliano è per lo più di centro, centro-destra. Né giova al nuovo leader laburista la battaglia interna per il controllo del partito.

Di questa impasse potrebbe profittare il centrista Yair Lapid, che si sta riposizionando a destra, cercando di intercettare il voto dell’elettorato del Likud.

Riportiamo tale analisi non tanto perché riteniamo abbia valore profetico, dal momento che da qui alle prossime elezioni israeliane può succedere di tutto, quanto perché indicativa della portata dei rivolgimenti che potrebbero seguire un’eventuale uscita di scena del premier israeliano.

Rivolgimenti che riguarderebbero anche la politica estera israeliana, da tempo appannaggio di Netanyahu (primo ministro da ’96 al ’99 e poi dal 2009 ad oggi). Con conseguenze non secondarie per lo scenario mediorientale, del quale Tel Aviv è attore protagonista.

Abbiamo scritto che l’uscita di scena di Netanyahu è ancora “eventuale” non certo per caso: l’uomo politico israeliano si sta difendendo con le unghie e con i denti e più volte in passato ha dato prova delle sua capacità di resistenza.

Si può notare, a margine dell’analisi, una considerazione di più alto respiro: Netanyahu e Donald Trump sono legati a doppio filo. Il primo è stato essenziale per la vittoria del secondo, guadagnandone la concreta gratitudine.

Oggi i due esponenti politici condividono un comune destino: ambedue sono inseguiti dalla magistratura (il secondo per il Russiagate).

C’è un detto latino che recita simul stabunt simul cadent (insieme staranno o insieme cadranno). Sembra potersi applicare al caso, con variabili da definire. Di certo, all’indebolimento dell’uno corrisponde l’indebolimento dell’altro.

Una considerazione che sembra trovare conferma, per quanto incidentale, anche nella cronologia: la svolta delle indagini riguardanti Netanyahu coincide con una svolta delle indagini sul suo omologo americano.

Proprio ieri il procuratore Robert Mueller, chiamato a indagare sul Russiagate, ha selezionato il Grand Jury. Segnale che l’inchiesta, ad oggi solo evocata e aleatoria, ha preso definitivamente forma e inizierà a decollare.

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