3 agosto

Tillerson vedrà Lavrov


Il segretario di Stato statunitense Rex Tillerson ha annuciato che nel prossimo fine settimana incontrerà il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Incontro che avverrà a Manila, a margine di un vertice internazionale.
 

La comunicazione giunge in un momento delicato, reso difficile non solo dal varo delle sanzioni contro la Russia e dalla reazione di Mosca, che ha annunciato l’espulsione di centinaia di diplomatici americani, ma anche dall’acuirsi della tensione sul fronte dell’Est Europa.

 

Secondo un’indiscrezione del Wall Street Journal, infatti, gli Stati Uniti starebbero valutando l’opportunità di fornire armi sofisticate all’Ucraina, in particolare missili anti-aerei e anticarro.

 

Secondo il giornale americano tali armamenti dovrebbero aiutare il regime di Kiev in un nuovo, eventuale, confronto contro i miliziani del Donbass, con i quali ha stabilito una fragile tregua.

 

Una motivazione che lascia perplessi. Non solo perché rischia di innescare nuovamente lo scontro tra le parti, ma anche perché i ribelli non hanno un’aviazione propria e anche di carri armati ne hanno pochini.

 

Logico che le indiscrezioni abbiano provocato le reazioni russe, dal momento che tale fornitura di armi sembra diretta esclusivamente a un eventuale ingaggio con l’esercito di Mosca, che pure finora si è guardata bene dall’intervenire in maniera diretta nel conflitto (un’eventualità che la vedrebbe vincente nel breve periodo ma perdente nel lungo, come sanno bene i dirigenti russi).

 

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov ha infatti affermato che «qualsiasi passo che porti ad accrescere la tensione lungo la linea di separazione, non farà che allontanarci dalla soluzione del conflitto».

 

Va tenuto in debito conto il fatto che le sanzioni anti-russe sono state recepite controvoglia dal presidente, che non poteva fare altro che siglare il decreto, come ha spiegato successivamente, dal momento che il Congresso aveva votato quasi compatto: una dimostrazione di forza dei neocon, che hanno mostrato tutta la loro potenza di fuoco.

 

Trump non poteva mettersi contro tutto il Congresso: sarebbe rimasto isolato e il suo mandato sarebbe di fatto terminato qui.

Egli ha comunque tenuto a ribadire che il decreto è «anticostituzionale», perché limita i poteri del presidente, in particolare quelli di «negoziare» con altri Stati (la revoca delle sanzioni, ad esempio, dovrà passare al vaglio del Congresso).

 

Non solo. Nell’affermare che «il popolo americano vuole un miglioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia», ha di fatto accusato i suoi avversari di agire contro i cittadini americani, i quali in effetti l’avevano votato anche nella prospettiva di un appeasement con Mosca, più volte ribadita da Trump durante la campagna elettorale.

 

La mossa di Rex Tillerson si inscrive dunque in un tentativo da parte dell’amministrazione americana di allentare la tenaglia nella quale la stanno stringendo i suoi avversari.

 

Difficile possa produrre cambi di marcia. Ma può comunque servire a evitare che l’acuirsi della tensione inneschi incidenti irreparabili tra Washington e Mosca, eventualità che toglierebbe a Trump ogni possibilità di liberarsi dalla stretta dei suoi nemici interni e lo consegnerebbe definitivamente nelle loro mani.

 

In questo modo i neocon, pur avendo perso le elezioni (avevano sostenuto la Clinton), si ritroverebbero nuovamente in mano le redini del Paese, come avvenuto durante l’amministrazione di George W. Bush e, in parte, durante quella di Barack Obama (che pure ha in parte frenato il loro insano bellicismo).

 

Come si vede la partita che si sta giocando tra le due grandi potenze ha doppia valenza: la posta in palio non è solo la pace del mondo (o quantomeno l’attutirsi delle tensioni globali), ma anche la tenuta della democrazia americana.

 

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