29 luglio

Usa: attacco al cuore dell’amministrazione Trump

Si stringe il cerchio attorno a Donald Trump. Anzitutto il Congresso ha rinnovato le sanzioni contro la Russia, togliendo al presidente la facoltà di farle decadere o alleviarle. Un vero e proprio attacco alle prerogative presidenziali, più che inusuale nella storia degli Stati Uniti (sul punto vedi anche Piccolenote).

 

Il voto ha dato un ulteriore colpo alla politica estera del nuovo presidente, il quale vede erodere ancora di più la possibilità di dar seguito alla politica di un appeasement con Mosca promessa durante la campagna elettorale, e ha visto una convergenza di fatto unanime del Congresso, al di là delle distinzioni tra democratici e repubblicani.

 

A questo scacco si somma quello immediatamente successivo, quando il Senato ha respinto al mittente la riforma dell’Obamacare disegnata dalla nuova amministrazione e da attuarsi attraverso delle modifiche mirate all’impianto creato dal suo predecessore.

 

Più che significativo il fatto che quest’ultima bocciatura sia passata attraverso il voto decisivo del senatore repubblicano John McCain, ancora in servizio attivo nonostante stia combattendo contro un tumore al cervello.

 

Di fatto McCain è il portavoce ufficiale degli ambiti di destra contrari alla politica estera di Trump, i neocon e l’apparato militare-industriale. Con questa bocciatura simbolica, tali ambiti hanno lanciato un messaggio alto e forte: se Trump vuole sopravvivere deve trovare un accordo con loro.

 

Un uno-due micidiale, che porta l’attacco al cuore dell’amministrazione Trump e che indica come egli abbia perso la presa su parte del suo partito, finora allineato e coperto dietro di lui per paura di scontare un’eventuale disobbedienza alle prossime elezioni di midterm. Evidentemente i suoi avversari hanno usato argomenti più che convincenti per persuaderli a cambiare atteggiamento.

 

Non solo i rovesci politici. Poco prima del voto, la Cnn aveva rilanciato la notizia che il segretario di Stato Rex Tillerson era sul punto di gettare la spugna. Una dimissione eccellente alla quale, secondo i media, sarebbe seguita un’altra, quella del ministro della Difesa, generale James Mattis, ancora più di peso perché porta in dote all’amministrazione il supporto di parte dell’apparato militare.

 

La voce, dopo aver seminato scompiglio nelle cancellerie di mezzo mondo, è stata infine smentita dagli interessati.

Al di là delle interpretazioni dello scoop giornalistico, è evidente che anche i due sono finiti nel mirino degli antagonisti di Trump.

 

E ciò per un motivo preciso: sono stati proprio questi uomini, grazie ai loro rapporti in ambito economico e militare, ad aver dato forza e concretezza all’idea di Trump di un nuovo e meno conflittuale rapporto con Mosca.

 

Una linea politica perseguita non senza ambiguità, stante il fortissimo contrasto interno, ma che ha portato a qualche timido risultato concreto, come l’incontro tra Putin e Trump e il cessate il fuoco nel Sud ovest della Siria.

 

Se davvero Tillerson e Mattis si dimettessero, o meglio fossero costretti a dimettersi, sarebbe più che difficile per l’amministrazione americana perseverare su questa linea.

 

Per questo i due sono entrati nel mirino degli avversari del presidente: fatti fuori loro, Trump, già orfano del suo ideologo Steve Bannon (il primo a esser relegato ai margini), non avrebbe alternativa se non consegnarsi ai suoi antagonisti.

 

Si potrebbe avere cioè un Trump 2.0, nel quale la vena assertiva del presidente sarebbe posta al servizio delle inclinazioni belliciste dei neocon.

 

Un po’ quel che accadde con la presidenza di George W. Bush: eletto in una prospettiva moderata (il suo programma si basava sull’idea di un conservatorismo compassionevole), la sua amministrazione fu sequestrata dai neocon nel post 11 settembre e lanciata a bomba nel mondo per realizzare la loro rivoluzione globale.

 

Sembra che gli spazi di libertà di Trump si stiano erodendo sempre di più. Gli sviluppi ad oggi restano imprevedibili, anche perché il Russiagate, da qualche giorno in sordina, riserva sicuramente altre sorprese.

 

Lotta all’ultimo sangue quella si sta consumando in America. Trump sa bene di rischiare molto, dato l’enorme potere che lo avversa, ma nonostante tutto persevera, dando dimostrazione di una tenacia che i suoi antagonisti non gli accreditavano, convinti com’erano di aver a che fare con un cialtrone (e come tale continuano a dipingerlo i media da questi influenzati), facile preda delle loro manovre.

 

Non è andata così. Da questo punto di vista appare più che significativo il licenziamento di Reince Priebus da responsabile dello staff presidenziale, avvenuto proprio in questi giorni, sostituito dall’ex generale John F. Kelly, attuale Ministro dell’Interno.

 

Non si tratta solo di un rimpasto dovuto alla mancanza di fiducia di Trump nel suo uomo, cui certo accredita parte della responsabilità dei recenti rovesci.

 

Con la promozione di un altro ex generale, Trump consolida il ruolo dell’esercito nella sua amministrazione, già presente attraverso il consigliere per la sicurezza nazionale Herbert Raymond McMaster (il cui ruolo è rafforzato dall’ingresso di Kelly), e il succitato ministro della Difesa Mattis.

 

In questo modo, quindi, va a fugare definitivamente le voci di un possibile distacco dell’esercito dai destini del suo mandato. E invia un segnale inequivocabile ai suoi antagonisti. Non cede, rilancia: à la guerre comme à la guerre.

 

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