18 luglio

Il pragmatismo di Trump (e dei suoi generali)

L’amministrazione Trump lunedì ha rinnovato l’accordo sul nucleare iraniano nonostante fossero tante le voci contrarie. Tra queste, quelle di quattro senatori repubblicani (tra cui i due ex candidati alla Casa Bianca Marco Rubio e Ted Cruz), che avevano redatto una missiva contraria al rinnovo.

L’accordo, siglato dall’amministrazione Obama, deve essere ratificato ogni novanta giorni dagli Stati Uniti, che in questo modo si riservano il diritto di farlo decadere quando vogliono.

Trump durante la campagna elettorale aveva più volte tuonato contro tale intesa e oggi sono tanti a rinfacciare al presidente americano la sconfessione delle precedenti posizioni.

Come sono tanti quelli che non si spiegano come mai i generali sui quali si appoggia Trump (in particolare il segretario alla Difesa James Mattis e il consigliere alla sicurezza nazionale Herbert McMaster), che i media amano dipingere come irriducibili avversari di Teheran, possano aver spinto il presidente, titubante sul punto, a rinnovarlo.

In realtà tale scelta era più che necessitata, stante l’attuale situazione mediorientale, dove il conflitto contro l’Isis e le milizie jihadiste in Siria e Iraq si somma al conflitto yemenita e allo scontro che oppone l’Arabia Saudita al Qatar.

Denunciare  il trattato sul nucleare iraniano adesso avrebbe aumentato a dismisura la tensione nella regione, col rischio di innescare un conflitto di grandi proporzioni.

Non solo. L’accordo tra Washington e Mosca che ha portato a un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria poteva reggere solo e soltanto in parallelo con il rinnovo di quell’intesa, stante che in quell’area dominano le milizie di hezbollah che con l’Iran conservano un legame profondo.

Proprio l’accordo sulla Siria aveva suscitato le proteste del premier israeliano, il quale, nel corso della sua visita in Francia, aveva affermato che esso «consolida la presenza iraniana» in quel Paese. Una protesta in realtà un po’ tardiva, dal momento che l’accordo sulla Siria era stato ratificato a inizi di luglio.

Una tempistica che sembra invece spiegabile più come un tentativo da parte di Netanyahu di esercitare una pressione sulla Casa Bianca, per scongiurare la nuova ratifica dell’accordo sul nucleare (avvenuto appunto successivamente).

Si voleva cioè far pervenire alla Casa Bianca il messaggio che non si poteva cedere ulteriormente all’Iran. Ma, a quanto pare, tale esortazione non è stata recepita.

Certo, il rinnovo non è stato facile ed è accompagnato da ulteriori sanzioni contro Teheran, che pur avendo rispettato l’accordo nei fatti lo avrebbe tradito nello spirito, come ha affermato il Segretario di Stato Rex Tillerson in un afflato esoterico (tradimento spirituale?). Ma ad oggi non si poteva sperare di più.

Quanto riportato offre alcuni spunti riguardo quel che sta avvenendo in Medio Oriente (e non solo). Anzitutto la politica estera dell’amministrazione Trump si conferma improntata a una linea pragmatica: la pace in Siria necessita di un accordo alto con la Russia, ma anche della ricerca di una qualche forma di appeasement con l’Iran.

Tali prospettive pongono delle distanze, pur se non incolmabili, tra l’amministrazione americana e le due potenze mediorientali più prossime a Washington.

Anzitutto con Israele, nonostante i legami più che stretti tra Netanyahu e Trump, che proprio al premier israeliano deve in parte la sua affermazione elettorale (lo ricordiamo anche per accennare alla pretestuosità delle asserite influenze russe sulle elezioni americane…).

I legami con Tel Aviv restano forti, ma a quanto pare non possono essere anteposti agli interessi considerati di rilevanza primaria dagli Stati Uniti: Trump (ma soprattutto i suoi generali) sa bene che occorre risolvere le crisi siriana e irachena per disinnescare il cuore del conflitto che oppone, a livello globale, Washington a Mosca.

Si tratta di un obiettivo primario per l’attuale amministrazione americana, dal momento che Trump ha vinto con un programma centrato sull’idea di chiudere la stagione delle guerre neocon e ricercare un approccio meno conflittuale con la Russia.

Ciò perché sia i generali sia gli ambiti economici che hanno sostenuto la sua candidatura sanno perfettamente che i conflitti aperti in questi ultimi anni non stanno producendo i frutti sperati dai neocon.

Questi ultimi, nella loro follia, immaginavano che l’attivismo bellico avrebbe favorito lo sviluppo americano a scapito delle potenze economiche emergenti e, allo stesso tempo, avrebbe assicurato a Israele l’egemonia su un mondo arabo consegnato alla destabilizzazione, assicurandogli una sicurezza duratura.

In realtà le guerre non stanno svolgendo un ruolo da volano per lo sviluppo Usa, che invece resta appeso alle politiche monetarie della Fed, mentre la Cina continua a crescere e a porre in serio dubbio la possibilità che il ventunesimo secolo sia un “secolo americano”.

Non solo: quando le guerre neocon hanno cominciato a ridisegnare il Medio oriente, Israele era protetto da una cintura di Paesi sunniti legati a Washington; situazione che la poneva al sicuro da rischi riguardanti la sua sicurezza.

Oggi che quelle guerre hanno conosciuto sviluppi imprevisti, Tel Aviv vede il rischio di trovarsi il nemico alle porte (vedi Piccolenote). Circostanza che vive come un tragico scacco strategico, anche perché i suoi leader, sicuri della riuscita dei progetti neocon, non hanno immaginato un piano B.

Da questo punto di vista i generali americani glielo stanno offrendo, ma i dirigenti israeliani (a differenza di altri ambiti ebraici) sembrano incapaci di comprendere che l’unica possibilità di assicurare la sicurezza di Israele in questo momento passa attraverso una qualche intesa, seppur tacita o implicita, con Teheran.

Non solo Israele, anche l’Arabia saudita vede le iniziative americane come un tradimento di quel patto di sangue siglato da Trump nel suo recente viaggio a Ryad che aveva rilanciato l’alleanza tra i due Paesi (logorata nel corso dell’amministrazione Obama).

Anche in questo caso il pragmatismo dell’amministrazione Trump ha avuto la meglio sugli scenari folli che erano stati disegnati a seguito di quella visita, quando tanti analisti immaginavano Washington pronta ad affiancare Ryad nella sua guerra santa contro i suoi avversari.

Non è andata così, e i sauditi, anche se continueranno a fare i propri giochi in Siria (grazie alle milizie jihadiste da loro create in questi anni),  dovranno rivedere i loro piani e adeguarli alla nuova, imprevista, determinazione di Washington.

Non si tratta di una svolta filo-iraniana da parte dell’amministrazione statunitense, occorre ribadirlo; solo di una scelta improntata al pragmatismo, peraltro momentanea. Un pragmatismo che però sta irritando diversi ambiti, come si vede dalla lotta all’ultimo sangue che sta divampando attorno al Russiagate.

Ad oggi però le armonie nascoste appaiono più forti del contrasto manifesto. Come dimostra appunto il rinnovo dell’accordo sul nucleare.

Val la pena tenerlo a mente quando si approcciano i media, dove tale rapporto di forza appare irrevocabilmente, e sempre, del tutto capovolto (il che dà la misura dell’ideologizzazione e/o della tragica mancanza di analisi dell’informazione mainstream).

Nota a margine. Sul nucleare iraniano si rimanda anche alla nota riguardante  la lettera di alcuni generali americani in pensione.

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