14 luglio

L’accordo sul nucleare iraniano: la lettera degli ex generali

Ancora controversa la sorte dell’accordo sul nucleare iraniano sottoscritto con Teheran dall’amministrazione Obama e da altri cinque Paesi (Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania). Più volte criticato da Donald Trump e da membri della sua amministrazione, ogni novanta giorni deve essere nuovamente ratificato dagli Stati Uniti d’America.

Così, alla scadenza del tempo stabilito, il dibattito sul tema si riaccende, occasione propizia per quanti vogliono tentare di forzare per una disdetta. Cosa che sta succedendo anche in questi giorni, dal momento che siamo prossimi a una scadenza (la ratifica precedente avvenne il 18 aprile).

Nella ricorrenza, quattro senatori repubblicani, tra cui i due ex candidati alla Casa Bianca Ted Cruz e Marco Rubio, hanno redatto una missiva nella quale hanno chiesto la decadenza dell’intesa a causa di presunte inadempienze iraniane ai dettami dell’intesa.

Una posizione alla quale si sono contrapposti alcuni generali in pensione (dell’esercito e dell’aviazione, nonché un ammiraglio) i quali, in una lettera aperta, hanno sostenuto invece che  «l’accordo è fondamentale per la sicurezza nazionale e ha bloccato con successo il percorso della repubblica islamica verso l’arma nucleare», come ha sintetizzato Will Racke sul Daily Caller del 12 luglio.

Pur critici nei confronti dell’Iran, i generali in pensione hanno rilevato come «nel biennio-anniversario dell’accordo l’Iran ha smantellato due terzi delle sue centrifughe, ha rinunciato al 98% della sua riserva di uranio» arricchito e ha chiuso con il calcestruzzo il «nucleo del suo reattore ad acqua pesante».

«Senza rapporti diplomatici, i conflitti minori possono facilmente andare fuori controllo», hanno aggiunto i generali in pensione, ricordando che «la diplomazia è uno strumento vitale per attenuare i rischi» alla sicurezza.

La diplomazia, infatti, più aiutare a impedire scontri che «costringerebbero gli Stati Uniti a sacrificare le vite» dei suoi soldati, senza che ciò comporti «benefici per la sicurezza nazionale».

Quest’ultimo punto è sviluppato in un altro passaggio della lettera, pubblicato stavolta dal sito al Monitor il 13 luglio in un articolo a firma Laura Rozen: «Invitiamo la vostra amministrazione a riconoscere i vantaggi per la sicurezza nazionale creati dall’accordo sul nucleare e a valutare adeguatamente i rischi per il nostro esercito di un aumento della tensione con l’Iran».

«L’apertura di un canale di comunicazione [con Teheran ndr.] sarebbe un passo a buon mercato e di grande beneficio, che dimostrerebbe la leadership globale degli Stati Uniti, salverebbe vite e rafforzerebbe la nostra sicurezza in un momento di instabilità regionale e globale. L’unica buona guerra è quella che non combatti».

Nota a margine. Si veda come a firmare la lettera che chiede il decadimento immediato dell’accordo siano stati Rubio e Cruz, i due aspiranti più accreditati alla Casa Bianca in ambito repubblicano. Si può notare come, al confronto, Trump, con tutti i suoi difetti, sia molto più moderato.

Un mero pragmatismo il suo che, per quanto bizzarro nelle sue declinazioni, può evitare disastri. Come ad esempio un conflitto con l’Iran, che ad oggi, nonostante la contrarietà verbale verso Teheran, non sembra nell’orizzonte di questa amministrazione.

Nella foto: il momento della firma dell’accordo.

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