10 luglio

Amburgo: Putin & Trump

Durante l’ennesimo inutile G20 di Amburgo, non più alta sede diplomatica ma semplice passerella per ostentare un potere che non si ha (dal momento che esso risiede altrove e non nella politica), qualcosa è successo. Nonostante il summit stesso. Quando, a margine del vertice, Donald Trump si è appartato con Vladimir Putin per un colloquio a quattr’occhi  che doveva essere di mezz’ora e invece è durato due ore e venti.

Incontro che non si è esaurito nella chimica e nel linguaggio del corpo, che pare siano le cose che più interessano i giornali italiani (il che dà la misura della tragedia dell’informazione che grava sul Paese), ma  che ha dato vita a qualcosa di più che concreto: il cessate il fuoco nel Sud-Est della Siria.

Il fatto che all’incontro abbiano presenziato i rispettivi ministri degli Esteri, Sergej Lavrov e Rex Tillerson, ha dato ancor più sostanza all’intesa, dal momento che tale presenza indica una prospettiva da svilupparsi a prescindere dai due leader.

Non si tratta di una iniziativa che porta solo un po’ di sollievo in un teatro di guerra, per quanto importante, ma di qualcosa di più alto e significativo, dal momento che il conflitto siriano è il cuore del confronto mondiale tra Russia e Stati Uniti.

Né si è trattato di un’intesa estemporanea, ovviamente, come sottolinea Maksim Suchkov, direttore del sito al Monitor, in un’intervista rilasciata a Rosalba Castelletti per la Repubblica dell’8 luglio. «Accordi come questo», ha detto, «richiedono molto tempo e ampi sforzi». Ciò vuol dire che i «rispettivi team hanno lavorato attentamente al dossier siriano».

E ha aggiunto che, se è una vittoria, lo è per «gli Stati Uniti, la Russia e tutti quei Paesi per cui il confronto in corso tra Mosca e Washington è doloroso, politicamente, economicamente e sotto ogni punto di vista». Anche se più che di Paesi si dovrebbe parlare di ambiti internazionali, perché le forze ostative sono trasversali e fanno sentire il loro peso nefasto negli Stati Uniti e altrove.

L’accordo ha reso furibondi tali ambiti, e subito è tornato lo spettro del Russiagate, lo scandalo usato per ostacolare l’appeasement tra Mosca e Washington.

Sopito da alcuni giorni, durante i quali Trump aveva reso dichiarazioni ostiche contro la Russia (per essere più libero di stringere la mano a Putin…), dopo l’incontro al vertice è tornato a furoreggiare sulle pagine del New York Times.

Una puntata più urticante di altre, quest’ultima, stante che al centro del mirino è finito il rampollo presidenziale e il suo incontro con un’avvocatessa russa. Trump junior si è difeso bene, ma il messaggio indirizzato alla Casa Bianca resta alquanto inquietante.

Se Trump osa sfidare ambiti tanto potenti è perché evidentemente si sente forte. E ciò deriva dal fatto che ha dalla sua parte i generali. Non solo il Pentagono con il generale James Mattis, come spesso si legge, ma anche il Capo di Stato Maggiore, generale Joseph Dunford, il consigliere per la sicurezza nazionale, generale Herbert McMaster, e altri, che proprio perché militari sanno quanto sia folle e pericolosa la sfida che i neocon hanno lanciato alla Russia.

In un’intervista rilasciata a Viviana Mazza (Corriere della Sera dell’8 giugno), il politologo Michael Walzer ha accennato a un altro aspetto interessante dell’accordo, ovvero «l’inclusione della Giordania e di Israele». È la prima volta infatti, spiega il politologo, che Israele è parte di un’intesa sulla Siria.

Tel Aviv finora si era tenuta alla larga da qualsiasi trattativa globale, limitandosi alla ricerca di accordi con i russi in funzione di controllo e contenimento della loro azione. E questo per la presenza in Siria, accanto alle truppe regolari di Damasco, delle milizie di hezbollah e iraniane, considerate ambedue minacce esistenziali dalla dirigenza israeliana.

Evidentemente Israele è dovuta scendere a più miti consigli. Più che probabile che voglia usare anche le leve diplomatiche per evitare la formazione della mezzaluna sciita, la continuità territoriale tra Iran e Siria che le milizie sciite e le truppe di Damasco stanno realizzando nella loro avanzata verso il confine iracheno, dove andrebbero a congiungersi con le truppe di Baghdad e iraniane (vedi Piccolenote).

Israele vede tale evenienza come lo scacco supremo della propria politica di sicurezza. Finora ha cercato di evitarlo sostenendo sottobanco – e con più palesi bombardamenti mirati – le varie milizie jihadiste anti-Assad.

Ma i suoi dirigenti sembra abbiano compreso che ciò non è sufficiente. Da qui la determinazione al piano B, ovvero la trattativa (che però ancora non cancella quello A, semplicemente si somma come opzione parallela).

La parte orientale della Siria ad oggi è esclusa dalla trattativa globale perché su di essa grava l’incognita curda: se cioè debba nascere o meno uno Stato curdo. Eventualità temuta da Erdogan, che la vede come una minaccia all’integrità territoriale turca.

E però il fatto che Trump, a margine del G20, si sia intrattenuto anche con il presidente turco indica che questi può prender parte alla trattativa globale. Sarebbe pericoloso non fosse così: i turchi partecipano ai colloqui di Astana con russi, siriani e iraniani. Se Putin e Trump trovassero un accordo a prescindere da Astana, Erdogan potrebbe far saltare il banco.

Va infine segnalato come tra ieri e oggi sia giunta la notizia della caduta di Mosul, la capitale irachena del Califfato. Evidentemente l’accordo Trump-Putin ha favorito anche questa evoluzione bellica.

A dimostrazione che il contrasto al Terrore globale è molto più facile all’interno di un accordo tra russi e americani.

Resta la furia dei neocon. L’accordo Trump-Putin indica che possono perdere. E questo li fa infuriare ancora di più.

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La Siria post-Isis

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