26 giugno

Un notes per le orme di Gesù

Segnaliamo l’articolo di Pina Baglioni sul legame tra la via Appia di Roma e l’apostolo Pietro.

In particolare la chiesa del Quo Vadis che custodisce le orme attribuite al Signore. Orme impresse sul marmo che rimandano a quell’incontro leggendario, ma caro alla tradizione cristiana, tra il pescatore di Galilea e il suo Signore.

Per una qualche strana associazione di idee quelle orme impresse sul marmo mi hanno fatto tornare in mente altre orme, quelle celebrate in una notissima poesia brasiliana (per leggerla cliccare qui).

Una poesia che narra di un uomo che, sognando, ripercorre la propria vita e la vede a guisa di orme impresse sulla sabbia. E, accanto a quelle, a fianco delle sue, le orme del Signore. Ecco, fa notare a un certo punto l’uomo: lì, nei momenti più difficili c’erano solo le mie orme.

E suona muto rimprovero quell’osservazione, per esser stato abbandonato proprio nel momento del bisogno. E invece il Signore ribalta tutto: quelle, di orme, sono le Sue. E solo le Sue. Perché in quei momenti di tempesta lo aveva preso in braccio.

Un cenno, tra parentesi, che pare riecheggiare una poetica preghiera di Ambrogio tanto cara al cuore di don Giacomo Tantardini: “Veni ergo Domine Iesu… ad me veni, quaere me, inveni me, suscipe me” (vieni dunque, Signore Gesù, vieni a me, cercami, trovami, prendimi in braccio).

E così, al di là della parentesi, avviene al Quo Vadis, in quell’episodio leggendario ma caro alla tradizione cristiana, che narra di un incrocio divino. E di un ripensamento. Di un andare e di un tornare. E di un pescatore che accetta di salire in croce come in passato aveva fatto il Suo Signore.

Non ci sono le impronte di Pietro al Quo Vadis, solo quelle del Suo Signore. Perché là, sulla via Appia, Lui l’ha preso in braccio per l’ultima volta, come tante volte in passato, rendendo dolce anche quell’ultimo suo andare.

Nota a margine. Dedichiamo questo articolo a don Mariano, sacerdote che per anni ha celebrato messa presso la chiesa del Quo Vadis e scomparso di recente.

Non lo conoscevo, ma i miei amici mi raccontavano di un prete che celebrava bene la messa. Senza indulgere in spettacolarizzazioni o personalismi. Un miracolo in questi tempi di spettacolarizzazioni e personalismi che rendono la messa qualcosa di bizzarro e diverso dall’umile celebrazione liturgica. Quella che lascia fare al Signore senza inventar cose. Come faceva don Mariano, appunto.

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