15 giugno

Il russiagate, il ’68 e Trump

Sul Corriere della Sera del 15 giugno Massimo Gaggi dà notizia che per la stagione estiva della manifestazione Shakespeare in the Park il Delacorte Theater ha messo in scena un Giulio Cesare alquanto modernizzato: il dittatore romano viene infatti rappresentato «come un uomo d’affari petulante, pieno di sé, con capigliatura giallo-arancione». Insomma Donald Trump.

I congiurati che lo uccidono non sono oscuri cospiratori, bensì senatori mossi dalla volontà di «proteggere valori e libertà repubblicane». La rappresentazione sta avendo certo successo, tanto che «Fareed Zakaria lo ha addirittura definito un capolavoro».

Pare che però qualcuno abbia fatto notare l’inopportunità della pièce teatrale, tanto che alcuni sponsor della manifestazione si sono ritirati. Ma show must go on, e i produttori e il regista dello spettacolo si sono difesi a spada tratta, spiegando che la storia ha mostrato che l’assassinio di Cesare non ha dato i frutti sperati dai congiurati. Insomma resta lo spettacolo e lo sconcerto.

La notizia in sé è minima, ma si somma ad altre, tante altre iniziative del genere. A maggio, per fare un esempio recente, la comica Kathy Griffin alla Cnn immaginò di divertire il pubblico mostrando la testa decapitata e sanguinante di Donald.

Ondate di odio si stanno riversando sul presidente e si sommano alla furia giustizialista con la quale viene perseguito per il suo atteggiamento verso la Russia. I media lo braccano, gole profonde fanno rivelazioni sensazionali ogni giorno su di lui e la sua famiglia.

Una marea di «volgarità e di violenza», per usare delle accuse che sono rivolte a Trump ma che si attagliano meglio ai suoi avversari, che esonda da tutte le parti.

Un clima di odio che ha armato la mano di James Hodkinson, che ieri ha sparato contro parlamentari repubblicani intenti in una partita di baseball ferendone uno tra i più prossimi al presidente (una sorta di playmaker della sua squadra). E poteva essere un massacro, dal momento che i colpi sparati sono stati una cinquantina…

Non solo: il giorno successivo, una congressista del partito repubblicano, Claudia Tenney, ha ricevuto una mail intimidatoria. Indizio, semmai ce ne fosse stato bisogno, che l’attacco ai repubblicani di rito “trumpiano” continua.

Donald durerà un anno aveva profetizzato lo scrittore Philp Roth. Una profezia rilanciata da Bernard Henry Levy, il cantore delle guerre neocon.

Una profezia che rischia di auto-avverarsi. Il presidente volgare, cinico e affarista verrà massacrato per via giudiziaria. O eliminato per via extra-giudiziaria. Gli indicatori sono alquanto univoci in tal senso. E a quanto pare i generali che lo stanno aiutando, il vero punto di forza di Trump, non sono in grado di resistere allo scontro.

Trump sembra avere due modi per uscirne: il primo è ripercorrere le orme di George W. Bush, che dopo l’11 settembre si consegnò ai neocon. Tale mossa gli attirerebbe simpatie bipartisan, che lo toglierebbero dal centro del mirino.

L’altra possibilità è che trovi fuori dall’America il sostegno necessario a reggere l’urto. Non lo troverà certo in Europa, che pure avrebbe tanto da guadagnare da un programma votato all’isolazionismo. Le colonie sono per lo più schierate con i vecchi padroni, e peraltro hanno poco peso nella battaglia divampata nel cuore dell’Impero.

Né può essere aiutato dalla Cina, perché i suoi sponsor più importanti vedono in essa il vero antagonista globale (nel commercio). L’unica vera sponda potrebbe venire quindi dalla Russia.

Se Washington e Mosca si accordassero, potrebbero chiudere in breve tempo il contenzioso ucraino, ma soprattutto sedare i conflitti in Medio Oriente e attutire la virulenza del Terrore globale.

Trump potrebbe giovarsi di tali successi contro i suoi avversari. Non solo, i servizi russi, che ancora un po’ funzionano, potrebbero aiutare l’intelligence Usa a evitare attentati alla sua persona.

Il russiagate serve proprio per impedire la convergenza Washington-Mosca. Per questo ha assunto toni tanto violenti e ossessivi.

C’è chi dice che il russiagate sia il watergate di Trump. Vero, ma in questo campo più dell’analogia vale la cronologia.

Si potrebbe dire che il Watergate servì a mandare la fantasia al potere, ovvero a creare un mondo nuovo, quello forgiato nelle fucine del ’68 (le fucine vere, non quelle di secondo livello alle quali attingevano le masse).

Ci è voluto tempo perché questo ambito variegato prendesse saldamente in mano le leve del potere, ma alla fine ci è riuscito.

Clinton, moglie e marito, in America e Blair (e il suo omologo e successore Cameron) in Gran Bretagna hanno rappresentato il simbolico compimento del ’68 nel mondo anglosassone.

Come sessantottini sono i neocon, che nascono a sinistra per poi confluire nei repubblicani importandovi l’idea di rivoluzione (sul punto vedi anche nota a margine). Un ambito che ha accumulato tanto potere in questi anni.

La vittoria di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali avrebbe permesso finalmente la creazione dell’Impero globale definitivo, quell’Impero che Toni Negri, che non fu solo un cattivo maestro delle brigate rosse, descrive così bene nel suo libro omonimo (d’altronde lo conosce perfettamente essendone stato uno dei maggiori artefici).

Il russiagate serve a questo ambito variegato per riprendersi il potere che la Brexit e la vittoria di Trump gli hanno strappato dalle mani proprio quando ormai erano sicuri della vittoria finale.

Nota a margine. Da wikipedia: [….] «Il prefisso “neo” assume una pluralità di significati. In primo luogo denota la “novità” dell’approdo ad idee conservatrici di gran parte dei primi neocon, che provenivano in genere da culture politiche di sinistra, erano liberal (se non socialisti o trotzkisti) e simpatizzanti del Partito Democratico. Sotto un altro profilo, indica la relativa “novità” del movimento, consolidatosi solo negli anni settanta».

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