Mondo

13 giugno 2017

La Cina si compra Panama (e isola ancora di più Taiwan)

«Panama ha annunciato che interromperà le proprie relazioni diplomatiche con Taiwan […] Il presidente di Panama Juan Carlos Varela ha annunciato la decisione con un discorso televisivo, spiegando che è «la direzione giusta per il paese». L’annuncio è stato accompagnato da un comunicato congiunto di Panama e Cina che dice che i due stati si riconoscono a vicenda e che cominceranno da subito le relazioni diplomatiche paritarie».

 

«Nel comunicato si dice che “il governo di Panama riconosce che c’è soltanto una Cina nel mondo, che il governo della Repubblica popolare di Cina è il solo governo legale a rappresentare l’intera Cina, e che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese». Così sul Post del 13 giugno.

 

La decisione, presa su evidente pressione cinese, ha duplice importanza. Da una parte il segnale inviato da Panama al mondo è che la Cina diviene partner privilegiato del Paese, consentendo così al Dragone di mettere sul mappamondo un altro tassello della nuova e più globale Via della Seta.

 

Un tassello di primaria rilevanza, perché Panama vuol dire il Canale che collega l’Atlantico al Pacifico, ovvero uno degli snodi commerciali più importanti del mondo.

 

Un passo che tra l’altro «promuoverà la cooperazione tra la Cina e l’America centrale e la regione dei Caraibi», come ha spiegato a Xinhua (l’Agenzia di stampa cinese)  Jiang Shixue, direttore del centro di ricerca sull’America Latina presso l’Università di Shanghai.

 

Dall’altra, la decisione presa delle autorità panamensi isola ancora di più Taiwan, che da tempo resiste alle pressioni inclusive della Cina.

 

Tali pressioni si sono fatte più forti con l’avvento al potere di Tsai Ing-wen, che nel 2016 ha vinto le presidenziali presentandosi con un programma che rigettava in toto le pretese del potente vicino, che nega l’esistenza di una Cina altra da sé, ovvero quella creata sull’isola da Chiang Kai-shek.

 

Il nuovo presidente aveva avuto la meglio su Ma Ying-jeou, il quale aveva invece tentato un approccio meno conflittuale con il Dragone, tanto da incontrare il suo omologo cinese, cosa mai avvenuta in precedenza. Un incontro che aveva innestato una variabile nuova nei rapporti più che conflittuali tra Pechino e Taipei (vedi Piccolenote).

 

Ma Ying-jeou aveva probabilmente reputato che la spinta inclusiva della Cina, ormai prima potenza economica mondiale, fosse inarrestabile.

 

E aveva immaginato più realistico e vantaggioso per l’isola guidare tale spinta e controllarla. Di certo Pechino avrebbe fatto ponti d’oro pur di risolvere l’annoso conflitto. E ha le risorse necessarie per costruire ponti del genere.

 

L’esempio di Hong Kong fa poi intravedere come Pechino sia capace di instaurare rapporti diversificati con regioni già appartenenti al Dragone ma estranee alla sua storia recente, a tutela, seppur parziale, dell’altrui diversità.

 

I fautori della “resistenza”, sostenitori nazionali e internazionali dell’attuale presidenza, immaginano forse di poter arrestare se non invertire certi processi storici, che ad oggi appaiono nei fatti inarrestabili (come fa loro notare, con velata presunzione, l’agenzia Xinhua nella nota citata in precedenza).

 

Tale resistenza non sembra dare i frutti sperati, ma solo produrre una progressiva erosione dei rapporti internazionali di Taiwan.

 

Ad oggi sono una ventina i Paesi che intrattengono legami diplomatici con Taipei. E Panama era tra i più importanti, tanto che Tsai Ing-wen l’aveva scelto come destinazione del suo primo viaggio oltremare.

 

Il fatto è che la scelta antagonista di cui è simbolo l’attuale presidenza appare se non velleitaria di certo irrealistica. E la mancanza di realismo in politica (e non solo) produce disastri.

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