Come in cielo

22 giugno 2017

San Pietro e la via Appia

Pina Baglioni

Lungo la via Appia Antica, a Roma, circa un chilometro fuori da Porta San Sebastiano, nei pressi del bivio con la via Ardeatina, due edifici, una chiesa e una cappella circolare, costituiscono la memoria dell’episodio del Domine quo vadis? attribuito all’apostolo Pietro.

 

L’apostolo, che aveva già subito la carcerazione a Roma, sente tutto il peso del pericolo che incombe su di lui. Anche la comunità cristiana teme per la sua vita e lo prega di mettersi in salvo, riporta Ambrogio.

 

È già sull’Appia quando incrocia Gesù, che si dirige nella direzione opposta, ovvero verso l’Urbe. «Dove vai Signore?» Gli chiede l’apostolo. «Vado a Roma a essere crocifisso di nuovo». 

 

Chissà se a quelle parole Pietro si sarà ricordato quando in Palestina l’aveva rinnegato. E la dolcezza con cui il Suo Signore l’aveva richiamato a sé, sulle rive del lago di Tiberiade, con quella domanda carica di affetto: «Mi ami tu?». 

 

E ora sulla via Appia, come allora sulle rive del lago: non si era sentito rimproverare per la mancanza di fede. Solo vado «ad essere crocifisso di nuovo»… E non c’era nulla da aggiungere. È allora che Pietro si volta e ritorna verso Roma. Ancora una volta dietro il suo Signore, come aveva sempre fatto da quando l’aveva conosciuto.

 

È una leggenda quella del Quo Vadis, che però riecheggia tanto della dinamica cristiana, che sta tutta nel seguire il Signore.

Una leggenda antica, tanto che le prime fonti risalgono agli inizi del cristianesimo di Roma.  Ambrogio, appunto, ma anche Origene e gli Acta S. Petri.

 

Non sappiamo quando è stato costruito l’edificio di culto sorto in memoria di tale divino incontro. Il primo documento in proposito è una bolla di Gregorio VII del 1° marzo 1081, che rendiconta i beni donati alla cura dei monaci del monastero di San Paolo fuori le Mura. Tra tali beni anche la chiesa di Sancta Maria quae cognominatur Domine quo vadis. 

 

Un’indicazione confermata in seguito da altri documenti risalenti al XII secolo, i quali citano appunto la chiesa di Santa Maria ubi Dominus apparuit.

 

L’edificio per secoli ha conservato e offerto alla devozione dei fedeli quella che era considerata una reliquia unica: le orme dei piedi di Gesù, impresse indelebilmente sul marmo a testimonianza di quel singolare incontro.

 

Una testimonianza d’eccezione della devozione che attirava quelle impronte ci è stata lasciata da Francesco Petrarca il quale, nel 1336, in una lettera al suo amico vescovo Giacomo Colonna descrive l’emozione che prova alla sola idea di poter vedere quella singolare reliquia nel suo imminente viaggio a Roma.

 

Così scrive: «Quanto è tuttavia dolce per un’anima cristiana veder la città che in terra fa le veci del cielo, plasmata col cenere e con le ossa sacrosante dei martiri e bagnata del sangue prezioso dei testimoni della verità;»

 

«vedere l’immagine del Salvatore venerata da tutto il mondo; e sul duro sasso l’orma di lui eternamente adorata dai popoli, là dove si è adempiuto per intero quel detto di Isaia più chiaro del sole: “E verranno a te curvati i figli di coloro che ti umiliarono, e tutti quelli che ti denigravano adoreranno le impronte dei tuoi piedi”; andare intorno alle tombe dei santi, vagare negli atrii degli Apostoli in compagnia di pensieri più lieti, lasciando sul lido di Marsiglia l’ansietà inquieta della vita presente!»

 

Oggi la spiegazione di quelle orme, il cui calco originale oggi è custodito nella basilica di San Sebastiano, risulta molto più prosaica: sarebbe un ex voto che un romano avrebbe offerto per propiziarsi la buona riuscita di un viaggio.

 

Eppure, e nonostante tale spiegazione, resta che per secoli i pellegrini si sono chinati su quei piedi impressi nel marmo, ripetendo il gesto della Maddalena, la quale, adorando i piedi di Gesù, ebbe in sconto i suoi innumerevoli peccati. Roba da poveri peccatori, insomma.

 

Grazie ad alcune miniature e piante risalenti al XV secolo è possibile rintracciare le forme dell’antico edificio. Questi all’inizio era una sorta di edicola a pianta quadrata, grande più o meno come l’attuale, con ampie aperture che consentivano al viandante di vederne l’interno, dove presumibilmente erano collocate le impronte.

 

La chiesa, o edicola che fosse, fu denominata anche S. Maria in palmis, de palma, ad passus, dal momento che l’edificio in qualche modo era legato alla passione del Signore. Di quell’edicola antica resta ben poco, dal momento che nel seicento fu restaurata per volontà del cardinale Francesco Barberini, che l’ha ristrutturata come la vediamo ora.

 

All’episodio della fuga di Pietro è legato un altro edificio di culto romano, stavolta interno alle mura, ma proprio all’imbocco della via Appia. Si tratta del titulus Fasciolae, edificio che di seguito divenne la chiesa dei santi Nereo e Achilleo. 

 

Tale edificio doveva il suo nome al fatto che proprio in quel luogo Pietro, in fuga da Roma, avrebbe perso una fascia usata per fasciare una piaga causata dalle catene che l’avevano costretto in cella.

 

Vicino al Quo Vadis, sempre sulla via Appia, all’incrocio con via della Caffarella sorge un altro piccolo tempio dedicato a San Pietro, eretto per volontà del cardinal Reginald Pole, in ricordo di una grazia ricevuta.

 

Storia movimentata quella del presule, l’ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury, che si intrecciò con le alterne vicissitudini dello scisma della Chiesa d’Inghilterra avviato da Enrico VIII, di cui era parente prossimo essendo la madre madre Margaret  nipote di due re, ovvero Edoardo IV e Riccardo III.

 

A causa del suo rifiuto a cedere alle pretese del re riguardo la religione cattolica – espresso sia in forma privata che pubblica – ebbe uccisi quasi tutti i familiari. Lui stesso fu inseguito dalla mano vendicativa del re, prima presso la corte di Carlo V, che si rifiutò di consegnarlo all’emissario inglese che lo reclamava, poi a Roma, dove, vicino il Quo Vadis, lo raggiunsero i sicari del re inglese. Vistosi perduto, Pole invocò san Pietro, del quale era devoto, e l’attentato fallì. Da qui la costruzione del tempietto che volle erigere a grata memoria.

 

La via Appia Antica risulta legata al culto petrino anche da altro: dal 258 gli apostoli Pietro e Paolo sono venerati presso la via Appia ad Catacumbas, ovvero le catacombe di San Sebastiano.

 

Ciò perché in tale luogo sarebbero stati traslati per alcuni anni i corpi dei due apostoli, sottratti alle rispettive basiliche per paura della profanazione delle loro tombe ad opera dei persecutori. Una tesi più che controversa, dal momento che ormai gli studiosi propendono per la sola traslazione del culto.

 

Al di là della storia, è bello che la via Appia, luogo presso il quale riposano i corpi di tanti martiri di Roma, sia legata anche al ricordo dei principi degli apostoli, uniti a quelli da un vincolo di sangue, quello versato da Gesù sulla croce.

 

Un vincolo così dolce e avvincente quello del Signore, che ha reso possibile a dei poveri peccatori, a Pietro e a Paolo come ai martiri della via Appia, quel che umanamente è impossibile, ovvero offrire la propria vita al Signore.