Postille

5 giugno 2017

London Bridge is falling down

La Gran Bretagna sta subendo un vero e proprio bombardamento: tre attentati in tre mesi. L’ultimo, quello di ieri, avvenuto proprio mentre, a Manchester, un concerto organizzato nel luogo dell’ultimo attentato voleva testimoniare che la bomba precedente non aveva conseguito i risultati sperati dagli attentatori; che, nonostante la mano assassina, la vita continua/va come prima. Non è andata così, e il Terrore ha ribadito la sua terribile sfida.

 

Una sfida che non è rivolta solo all’Occidente.  La narrazione secondo la quale con i suoi attentati l’Isis voglia mutare il “nostro stile di vita”, seppure virtuosa come origine (brandita cioè in risposta agli attentati), non ha fondamento.

 

Sul punto riportiamo quando afferma lo scrittore inglese Adam Thirlwell, intervistato sul Corriere della Sera del 5 giugno da Luca Mastrantonio: «Non credo che vogliano colpire il nostro stile  di vita, anche quando lo rivendicano. Penso sia una scelta pragmatica […] colpiscono dove possono produrre il maggior terrore possibile. Gli anarchici che nell’800 mettevano le bombe nei caffè e nei ristoranti di Parigi non attaccavano uno stile di vita, volevano fare danni alle persone, terrorizzare».

 

Già, per le Agenzie che compiono tali attentati il Terrore non è altro che un’arma di distruzione di massa. Uccidere pochi per terrorizzare tanti e così creare destabilizzazione su vasta scala.

 

A tali Agenzie interessa creare destabilizzazione, in Occidente come nel mondo arabo, anzi molto più nel secondo che nel primo (anche se ovviamente, data la prossimità, l’Occidente trema più per le bombe che esplodono in casa propria che per quelle che esplodono nelle dimore altrui). Nella destabilizzazione il Terrore prospera.

 

Uno dei modi di creare destabilizzazione è quello di allargare le linee di faglia che dividono le società, porre gli uni contro gli altri. Nei Paesi arabi ciò vuol dire esasperare lo scontro tra sunniti e sciiti, creato ad arte proprio a suon di bombe (per fare un esempio: in Iraq, dopo l’invasione Usa, per anni gli attentati hanno flagellato la popolazione civile, in particolare quella sciita, al ritmo di una bomba a settimana o poco più).

 

In Occidente, invece, gli attentati sono utili a opporre gli occidentali all’ambito islamico, secondo lo schema proprio dello scontro di civiltà che, attraverso le azioni di gruppi radicalizzati, tende a criminalizzare tutti gli islamici. Una motivazione di fondo che a volte si interseca con altri messaggi.

 

In Gran Bretagna è tempo di elezioni. Impossibile che le bombe non influiscano sul voto. Così il politologo Geoff Andrews sulla Repubblica del 5 giugno: «Si pensava che quello di Manchester [l’attentato ndr.] di due settimane fa avrebbe giovato al governo, perché una società sotto attacco tende a stringersi attorno alle autorità, ma è accaduto il contrario: i laburisti hanno continuato a ridurre lo svantaggio».

 

L’esito in controtendenza, per Andrews, è dovuto al fatto che all’attuale primo ministro, Theresa May, si rimprovera di essere stata per anni ministro degli Interni e, in quella sede, di aver fatto poco o nulla per contrastare il terrorismo.

 

Questa anche l’accusa che le muove il leader laburista Jeremy Corbyn, che ne chiede le dimissioni. Aggiungendo, molto significativamente, che il Paese deve «iniziare un difficile dialogo con l’Arabia Saudita e  gli altri Paesi del Golfo che hanno finanziato e alimentato l’ideologia estremista».

 

Già, l’Arabia Saudita, che proprio in questi giorni sta tentando di rifarsi un’immagine internazionale facendosi promotrice di una campagna anti-terrorismo e denunciando i legami che il Qatar intratterrebbe con tali Agenzie.

 

Una campagna alla quale hanno aderito altri Paesi arabi, (Barhein, Emirati Arabi ed Egitto), ma che pare in realtà miri a isolare l’emiro del Qatar, colpevole di aver cercato di gettare un ponte tra Stati sunniti e l’Iran sciita.

 

Giochi e doppi-giochi, quelli del mondo arabo, sui quali da troppo tempo l’Occidente chiude irresponsabilmente gli occhi. Nella speranza, tanto spesso esaudita, di ricavare qualche beneficio dalle ricchissime petromonarchie.

 

Va infine ricordato che a essere preso di mira nell’attentato londinese è il London Bridge. London Bridge is falling down è una filastrocca molto diffusa in Inghilterra, ricorda Stefano Bartezzaghi sulla Repubblica del 5 giugno.

 

Una filastrocca che, un po’ cambiata, diventava «un messaggio criptato: quello con cui le massime autorità del Regno Unito sarebbero state avvisate dell’avvenuta morte della regina Elisabetta, senza farlo intendere a centralinisti o altri eventuali astanti». Un particolare svelato dal Guardian a metà marzo, poco prima dell’attentato al Westminster Bridge, spiega il cronista.

 

Possibile che l’attentato di sabato scorso volesse anche inviare qualche messaggio alla Corona che, con il suo tacito appoggio alla Brexit, è tornata a esercitare un ruolo cruciale nel mondo?

 

Il particolare resterà ignoto, stante la proverbiale riservatezza regale. Ma certo la sfida del terrorismo mira a destabilizzare i principi fondanti la democrazia, anche nell’ex impero britannico. E la Corona ne è la più alta espressione.

 

Ps. Il fatto che l’attentato londinese è coinciso con la tragedia che si è consumata a Torino e che poteva avere dimensioni ben maggiori (tipo Heisel per intendersi) è una casualità.

 

Di certo gli attentatori hanno agito in costanza della champions per un motivo preciso: avere maggiore riscontro internazionale, stante le moltitudini incollate alla Tv. Il resto è fatale coincidenza, ovvio, ma nel simbolismo del Terrore anche le funeste coincidenze possono essere usate in chiave narrativa.