29 maggio

Totti, Roma

Come può uno che ha avuto il «privilegio» di essere romano e romanista scrivere di quanto è accaduto ieri? Come può uno che ha avuto l’«onore» di poter chiamare «capitano» Francesco Totti, identificazione non solo calcistica, scrivere di quanto avvenuto all’Olimpico, accendendo di meraviglia tante televisioni del mondo?

Ieri che tutti i nemici del capitano, potenti dentro e fuori l’As Roma, hanno conosciuto il loro massimo trionfo e, insieme, subito la loro più grande sconfitta? Ieri che doveva essere un funerale, ma che invece è stato, nonostante la tristezza, un inno alla vita; ché la vita è bella e Totti, per quanti gli hanno voluto bene (vicini e lontani), era ed è parte di questa bellezza.

Ieri che una pagina di cronaca, e di cronaca nera, si è trasformata in una pagina di storia. Non solo del calcio, come hanno capito in tanti dentro e fuori lo stadio (e chi non l’ha capito va bene così, fa niente). Perché di fuoriclasse ce ne son stati altri, altrove, ma quel che è successo ieri allo stadio Olimpico non è accaduto per loro.

Ieri che la città eterna, il popolo della città eterna, si è stretto attorno al suo capitano eterno, ché di Totti c’è n’è uno e non ce ne sarà un altro (almeno a noi non sarà dato di vederlo).

Non è solo questione di piedi, di tocco e d’incanto, di genio e di meraviglia. Di tiri, e di lanci e di imperscrutabili, magiche, traiettorie. Non è solo l’immedesimazione di un popolo con il suo genius loci o miserevole Tottismo (anche questo si sono inventati i suoi, nostri, detrattori; detrattori della bellezza del mondo).

Ciò che ha reso unico il Capitano è stato tutt’altro. Altro che non si può descrivere, si può solo intravedere, accennare più o meno di lontano.

Di lontano, come quel servizio dall’Iraq, dopo l’ennesimo attentato, con la Tv a rimandare immagini oscure di un orrore remoto.

Poi, tra le rovine, un cenno dipinto di giallorosso, un bambino che corre giocoso con la maglia numero dieci. Insegue sogni d’incanto, il piccolo, e per un attimo infinito quell’incanto squarcia il velo d’orrore che ricopre quel pezzo di mondo…

Da vicino… Come tanti romani, mi è stato dato di incontrare Totti in un’occasione normale, come normale è stata la sua vita, nonostante fosse e sia una very important person (vip per intenderci) e nonostante siano state anomale le ondate d’odio che ha suscitato il suo magico calcio.

Era un ristorante romano allora, e tutti i presenti erano lì calamitati a guardarlo, incuranti dei piatti e delle usate cose. Una bambina scatta e bruciando tutti i presenti gli si avvicina: «Posso darti un bacetto?». «Bella, anche due…». Poi è il mio turno. Una foto strappata alla reciproca timidezza e un grazie un po’ sussurrato, di trattenuta emozione. «Di che»? Risponde. «Di tutto», che altro?

Ma sono solo cenni; qualsiasi romanista ne potrebbe fare di altri e più belli.

E mi pare di aver scritto fin troppo, se non che resta una stretta al cuore per i titoli dei grandi giornali, che oggi sottolineavano tutti la «paura» espressa in quel breve, commosso, commiato. Mi piacerebbe scrivere qualcosa come “non avere paura Francesco”. Mi piacerebbe, ma non son nessuno per poterlo fare.

Posso solo sperare che la meraviglia bambina che gli è stata data di regalare in questi anni, quella che ha prevalso anche ieri, vinca su quella paura. Per lui, per quanti si sono meravigliati in questi anni attraverso di lui; attraverso Francesco Totti, capitano della Roma e di Roma, città eterna.

Chi volesse leggere un articolo del New York Times, tanto per fare il nome di un giornalino di provincia che ha reso omaggio a Francesco Totti, può cercare l’articolo con questo titolo: “Francesco Totti Leaves the Field, and Romans Weep for a Living Monument”.

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