26 maggio

Manchester, 22 maggio

È impossibile controllare tutto e tutti. È impossibile prevenire gli attentati. Chiunque può affiliarsi all’Isis e colpire. La minaccia dei lupi solitari non si può evitare. È il mantra che hanno ripetuto analisti e media subito dopo l’attentato in Gran Bretagna.

Poi si è scoperto che in realtà il lupo cattivo che ha ucciso a Manchester, Salman Abedi, non era affatto “solitario”. Aveva un branco, come tutti i lupi, e ora gli inquirenti stanno cercando gli altri membri del suo.

Alcuni, come il padre e il fratello, li hanno presi in Libia, altri a Manchester.

Oggi, dopo aver riempito le pagine di inutile inchiostro per raccontare quanto smentito di seguito, il focus dei giornali si è spostato su altro, ovvero sul bisticcio tra le autorità britanniche e quelle americane.

Su imbeccata dell’intelligence Usa, infatti, i giornali americani hanno sbattuto subito il mostro in prima pagina, violando la riservatezza dell’inchiesta.

Da qui l’ira funesta degli inquirenti e delle autorità inglesi, che ha causato la momentanea interruzione dei rapporti tra le intelligence dei due Paesi.

Tale bisticcio a noi pare alquanto secondario rispetto quel che stava emergendo dalle indagini, ovvero che Salman Abedi faceva parte di una rete terrorista ben articolata.

Si tratta di quelle reti gettate in questi anni nei Paesi occidentali e che servivano/servono a reclutare miliziani da usare nelle guerre che hanno sconvolto i Paesi arabi: dall’Iraq alla Libia alla Siria. Le guerre neocon, per intendersi, attuate per ridisegnare le mappe del Medio Oriente.

Ecco, la famiglia di Abedi era appunto legata alle milizie che hanno fatto la guerra a Gheddafi. Allora furono tanti i libici partiti dall’Inghilterra per “liberare” il Paese dal Colonnello.

Un attivismo di certo non ignoto all’intelligence britannica, che anzi lo deve aver guardato con certa benevolenza, stante che di lì a poco anche Londra sarebbe entrata in guerra contro l’odiato beduino libico.

Allora Ministro degli Interni britannico era l’attuale Primo ministro Theresa May, e a lei rispondeva l’intelligence interna, quella appunto che avrebbe dovuto vigilare sui flussi dei miliziani e sulle reti di reclutamento presenti in Gran Bretagna (e forse anche a questo particolare è dovuto l’imbarazzo inglese per le rivelazioni dell’intelligence Usa).

Ma il traffico di miliziani non riguarda solo il passato. Quelle reti operano ancora e reclutano ancora oggi agenti spediti a rinfoltire le fila delle milizie che operano in Siria, Iraq, Libia e altro.

Non è un caso che il padre di Abedi è stato catturato in Libia, dove prestava la sua opera nelle fila delle milizie islamiste che combattono Haftar, le quali godono del favore di Londra perché il coriaceo generale libico contrasta i disegni britannici (e di altri Paesi d’Occidente) sulla Libia.

In particolare, il papà del rampollo esplosivo operava nella fila delle milizie legate ad al Qaeda (chi vuole, può leggere l’articolo sulla Stampa del 26 maggio).

Insomma, si tratta di reti islamiste sulle quali l’intelligence forse chiude un occhio, o ambedue, perché utili o quantomeno utilizzabili.

Abedi peraltro era stato segnalato più volte all’anti-terrorismo britannico: dagli amici e dalla stessa comunità islamica del suo quartiere, come individuo pericoloso che approvava le operazioni dei kamikaze.

Non solo: Enrico Franceschini, sulla Repubblica del 25 maggio, riporta che gli 007 di Londra erano anche stati «imbeccati da Washington sulla pericolosità di Salman Abedi».

Come si può notare, quel che sembrava impossibile, ovvero prevenire la strage, era invece più che possibile. Anzi appare impossibile il contrario, ovvero che i servizi segreti non marcassero stretto il lupo cattivo, stante che solo nello scorso marzo la Gran Bretagna aveva subito un attentato.

Possibile che, dopo tutte quelle segnalazioni, l’intelligence non avesse fatto un controllo, non solo su Abedi, ma anche sulla rete alla quale era collegato e che in questi giorni viene smantellata?

O forse si è ritenuto inopportuno intervenire stante che il lavoro svolto dalla famiglia Abedi era più che apprezzato? Non solo quello del padre e del fratello in Libia, ma anche quello della madre, scienziata nucleare (lavoro che non si fa “a bottega”, ma presso apparati ben specifici).

Al di là dei dettagli, un altro argomento usato da analisti e media per giustificare il mancato controllo di certi ambiti riguarda l’impossibilità di controllare tutti i foreign figthers tornati in patria, perché sono migliaia: 3.500, pare, in Gran Bretagna.

Argomento invero inaccettabile: tali agenti tornano in patria dopo aver operato in teatri di guerra come Libia, Iraq, Siria. È gente con le mani sporche di sangue innocente, che ha fatto o è stata complice di atrocità di ogni genere sui civili di quei Paesi.

Atrocità che evidentemente non costituiscono un problema per i Paesi ospitanti…

Comunque, tralasciando l’odiosa immunità garantita a tali individui sui crimini pregressi, forse sarebbe utile, piuttosto che limitarsi a registrare l’impossibilità di controllare tali figure, fare delle leggi apposite per questi ex combattenti, che poi tanto ex non sono.

Da ultimo, qualche annotazione finale sulla strage. Si tratta di appunti sparsi, presi in questi giorni, che riporto un po’ a caso: per la strage è stato usato un esplosivo chiamato la Madre di Satana, nomignolo più che appropriato.

L’ultimo attentato compiuto in Gran Bretagna è stato quello di Westminster, compiuto il 22 marzo. Il Terrore ha colpito Manchester il 22 maggio. Forse questa ricorrenza è un caso o forse si tratta di qualcosa che ha a che vedere con qualche repertorio simbolico proprio della mente che ha concepito l’eccidio (mentre coincidenza vuole che abbia fatto 22 vittime e che la bomba è stata fatta esplodere alle 22.30 da un assassino che ha 22 anni – alcuni riportano 23, ma questa è l’età del fratello Ismail, arrestato anch’esso).

Mentre nessun significato sembra potersi attribuire alla coincidenza del mese prescelto col cognome del primo ministro britannico (May appunto), a meno di non immaginare che sia lei il destinatario finale di un qualche oscuro messaggio dell’Agenzia del Terrore, che pure persegue le sue contorte quanto lucide strategie.

Certo la lettura di un attentato può essere piana, come quella che vede in azione alcuni allucinati, o un po’ più complessa, come potrebbero segnalare le annotazioni riportate. Ci limitiamo a segnalare ambedue le possibilità.

Ps. Forse andremo controcorrente, ma in tutta sincerità non ci piace il simbolo che ricorre nei report della strage, mutuato dalla pagina ufficiale di Ariana Grande, la pop star del concerto bombardato (logo che riecheggia, come da immagine del sito della stessa, il coniglietto di playboy).

Non ci sembra che tale simbolo rimandi a nulla di particolare, né comprendiamo l’utilità di “griffare” una strage. In particolare una strage bambina.

Forse la nostra è solo nostalgia per una perduta sobrietà, o forse è il semplice fastidio di dover accettare come simbolo identificativo di un fatto così terribile il parto di un grafico non troppo geniale. Non piace, tutto qui.

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