22 maggio

Donald d’Arabia

Ha fatto clamore la visita di Trump in Arabia Saudita. Il mondo occidentale ha inneggiato al presidente americano che, come riportato da tutti i media, ha ricucito con Ryad nella prospettiva di un’alleanza contro il Terrore.

Tale alleanza prevede una massiccia vendita di armi, come scrive Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 21 maggio: «Il presidente americano si è fatto precedere dall’accordo firmato dalla Lokheed Martin, per una fornitura di armi da 110 miliardi di dollari subito, 350 miliardi in dieci anni».

Tale riarmo servirebbe per far fronte al Terrore, appunto, ma anche per contrastare l’Iran, la cui influenza in Siria e Iraq, dove le milizie legate a Teheran stanno supportando i rispettivi governi, viene considerata una minaccia sia da Israele che dalle Petromonarchie del Golfo.

Teheran, nonostante la vittoria del moderato Hassan Rouhani alle elezioni di venerdì scorso, viene quindi relegata ancora nella casella dei “cattivi”, come in precedenza accaduto a Saddam Hussein in Iraq, a Muhammar Gheddafi in Libia e Assad in Siria. Come si può evincere dal pregresso, tale collocazione non porta fortuna.

Ma a sconcertare non poco è l’idea che tale alleanza serva appunto a contrastare il Terrore. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohamad Javad Zarif, infatti, a buon ragione spiega che tale accordo non farà che rivitalizzare «il terrorismo nella regione», perché Ryad è il «maggiore promotore del terrorismo» (il suo intervento è riportato da Raffaello Binelli sul Giornale.it).

Si potrebbe ribattere che Zarif è una fonte di parte. Non di parte invece è Angelo Panebianco, che dedica un editoriale del Corriere della Sera (22 maggio) a criticare Trump e quanti vedono con favore la sua presidenza. Una critica spietata che però risparmia e valorizza due aspetti dell’attuale presidenza.

Il primo è l’aver superato il «politicamente corretto», che Panebianco considera alla stregua di una «malattia», una forma di «integralismo culturale» da combattere.

Il secondo aspetto meritorio dell’attuale presidenza sarebbe, appunto, il cambio di guardia in Medio Oriente operato con questo viaggio in Arabia Saudita.

Secondo Panebianco, sia George W. Bush che Barack Obama abbandonarono la storica alleanza con i sunniti per una intesa con gli sciiti di Teheran in conseguenza dell’11 settembre, attuato dal «terrorismo di marca sunnita (ideologicamente allevato dall’Arabia Saudita)».

Tale atteggiamento, però, non ha conseguito il risultato di battere o arginare «la minaccia rappresentata dall’integralismo islamico […] Anzi proprio l’allentamento dei legami fra gli Stati Uniti e i Paesi sunniti ha favorito la nascita dello Stato islamico [leggi Isis ndr.]». Da qui la ragionevolezza della scelta di Trump di un «ritorno» alle «alleanze tradizionali in Medio Oriente».

Un’analisi molto sofisticata quanto sconcertante. Anche perché fondata su dati falsati: non è assolutamente vero che sotto la presidenza di George W. Bush gli Stati Uniti si siano allontanati da Ryad, anzi. I neocon che amministravano il presidente Usa hanno spinto al massimo possibile lo scontro con l’Iran.

Il cambiamento di politica americana si è avuto con l’amministrazione Obama, ma, nonostante la rottura, l’asse Ryad-Washington ha continuato a prevalere sull’asse Washington-Teheran. Basta vedere quanto accade nella guerra siriana, nodo cruciale del Medio Oriente e cartina di tornasole per capire gli schieramenti in atto: Teheran sostiene Assad, mentre Washington e Ryad spingono in ogni modo per il regime-change.

Detto questo resta che anche un acceso critico di Teheran come Panebianco riconosce i legami profondi tra Ryad e il terrorismo di marca islamica. Davvero sconcertante quindi che, nonostante tale collegamento con il Terrore, Washington venda a Ryad armi per centinaia di miliardi di dollari…

Nonostante tutto, comunque, il fatto che Trump giunga a Ryad subito dopo la vittoria di Rouhani alle presidenziali ha un significato non secondario. Va infatti rimarcato il fatto che l’attuale amministrazione americana non ha alzato il livello dello scontro con Teheran, denunciando l’accordo sul nucleare negoziato dallo stesso Rouhani.

In tale modo, di fatto, ha favorito la vittoria del leader moderato. Insomma, c’è un’ambiguità di fondo nella politica di Trump, dovuta presumibilmente alle spinte contrapposte alle quali è sottoposto.

Ambiguità che va tenuta presente per poter giudicare le mosse dell’amministrazione Usa. Se infatti la visita in Arabia Saudita può significare un supporto di Washington allo jihadismo di marca sunnita, può anche significare altro.

Il viaggio, infatti, potrebbe inserirsi in un quadro di una de-escalation dell’area, con Washington che torna a ricoprire il ruolo di padrino di Ryad, frenandone le spinte eversive, mentre Mosca resta a fianco di Teheran, ponendosi come garante dei Paesi a guida sciita ad essa alleata.

Due blocchi contrapposti che però riprodurrebbero in piccolo l’equilibrio del terrore che garantì al mondo una stabilità di fondo nel quarantennio post-bellico. In questo senso, quindi, potrebbero essere lette le parole del ministro della Difesa di Teheran Hossein Dehqan, che ha ammonito: «Se faranno qualcosa di stupido, dell’Arabia non resterà altro che La Mecca e Medina».

Insomma o l’equilibrio del terrore o l’abisso del conflitto finale per l’egemonia dell’area. Sono queste le spinte contrapposte e confliggenti cui è sottoposta l’attuale amministrazione e che sottendono l’ambiguità della sua posizione rispetto al Medio Oriente. Un’ambiguità che andrà forse a sciogliersi nel tempo, ad oggi si può solo registrare.

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