11 maggio

Trump, la realpolitik e i neocon


Il russiagate si arricchisce di un nuovo capitolo: il licenziamento di James Comey da parte di Donald Trump ha suscitato venti di tempesta.

Gli avversari di Trump lo accusano di aver cacciato il capo dell’Fbi per insabbiare l’inchiesta avviata dal bureau sugli asseriti indebiti contatti tra i russi e il suo staff, che avrebbero favorito Trump nella corsa alla Casa Bianca.

La tempesta è solo all’inizio, dal momento che i nemici di Trump sono determinati ad abbatterlo, ribaltando il risultato elettorale che li ha visti perdenti.

Non solo i democratici, anche gli ambiti neocon gli sono avversi; e sono questi i nemici più temibili, per la loro influenza sugli apparati militari e di intelligence.

È una battaglia all’ultimo sangue quella che si è scatenata in America. Iniziata perché Trump appare determinato a smarcarsi dall’abbraccio mortale dei neocon. Quello che ha stritolato George W. Bush e affaticato non poco l’amministrazione Obama.

E però, proprio nella giornata in cui la tempesta del russiagate ha rinforzato, il presidente ha incontrato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger.

Due incontri più che significativi: il primo perché indica chiaramente che Trump cerca di non farsi influenzare più di tanto dalle forze ostative.

Il secondo perché Kissinger simboleggia, nel bene e nel male, quella realpolitik alla quale i neocon sono sempre stati avversi.

La realpolitik, infatti, come dice la parola, si basa sul realismo, quindi, dato un disegno politico, tenta di conseguirlo analizzando i fattori in gioco e i rapporti di forza. Tale politica contempla anche il compromesso, se necessario a conseguire qualche vantaggio.

L’ideologia religiosa dei neocon, invece, non parte dalla realtà, ma dalle idee. La realtà è solo qualcosa che va superata e riplasmata per farla coincidere con i dettami propri di tale ideologia.

Per questo, tra l’altro, non conosce né il senso del limite, proprio della realtà  – che comunque è qualcosa di limitato e limitante – né il compromesso, dal momento che la loro prospettiva è essenzialmente fondamentalista.

L’America è quindi preda di uno scontro tra quanti sono consegnati all’ideologia neocon e quanti propugnano la necessità di un ritorno alla realpolitik.

Uno scontro che vede parte dell’apparato militare schierato con quest’ultima opzione. Non è un caso che Trump si sia circondato di generali, da James Mattis a Herbert McMaster.

L’appoggio di tale apparato gli consente certa libertà di manovra, quella che gli permette di incontrare il ministro degli Esteri russo e usufruire dell’esperienza di Kissinger (il quale sembra impegnato, per conto del presidente, in negoziati sottotraccia con Mosca e Pechino).

Questa la sintesi di un articolo scritto per Occhi della guerra. Per leggere l’integrale cliccare qui.

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