28 aprile

Siria: i martiri di Maalula

Maalula, Siria, è solo un piccolo villaggio arroccato sui monti, uno dei tanti di questo martoriato Paese flagellato dalla guerra. Eppure ha una caratteristica che la rende quasi unica: qui, come in altri due villaggi siriani, di parla l’aramaico, la lingua di Gesù. Forse proprio per questo i miliziani di al Nusra, la filiale siriana di al Qaeda, si spinsero ad attaccarlo nel settembre del 2013, portando nel villaggio l’usuale follia omicida che accompagna le loro gesta.

 

Di quell’assalto cruento abbiamo scritto all’epoca, ricordando come gli assassini avessero lavorato con la consueta ferocia. In particolare avevamo narrato la storia di Michael Taalab, Antony Taalab e suo cugino Sarkis (o Sergius) Zakhem, tre cristiani uccisi in odio alla loro fede. Storia che fu poi raccolta dal Patriarca di Antiochia dei Melkiti Greogorios III Laham e inviata presso la Santa Sede (per leggere una riproduzione del documento cliccare qui).

 

Dopo alterne vicissitudini, Maaloula fu poi riconquistata dall’esercito arabo siriano, e non più persa. Ma quel villaggio nel quale riecheggiava l’antica lingua di Gesù aveva ancora qualcosa da raccontare, qualcosa di terribile e, insieme, di misteriosamente grande.

 

Si tratta della storia di Ghassan 48 anni, che lavorava nella fabbrica di Debess e aveva tre figli; di suo fratello Moussa, 43 anni, che aveva un negozio di spezie; di jihad, 48 anni, muratore, e di suo nipote Shadi (il cui padre è uno dei tre martiri di Maalula di cui sopra), che studiava all’università di Damasco; infine Taef, 43 anni, pasticciere, e Daoud, 31 anni, autista di taxi.

 

Sei persone, sei cristiani rapiti in quei giorni d’inferno, dei quali per anni non si è saputo più nulla, nonostante fosse stato chiesto e pagato un ingente riscatto per la loro liberazione (l’equivalente di 200.000 dollari).

 

Invano per anni le loro famiglie hanno atteso il loro ritorno. In questi giorni i corpi di cinque di loro sono stati ritrovati, in una grotta ad Arsal, cittadina libanese addossata al confine siriano. Sono stati sgozzati, come usano fare i terroristi scatenati in questo povero Paese. La loro morte risalirebbe a un anno fa.

 

Il mistero di questa morte resterà tale, anche se è difficile non utilizzare la parola martirio per raccontare la loro povera storia. In questi giorni i loro corpi sono tornati a Maalula, dove invano li hanno attesi per anni familiari e amici. Qui troveranno l’eterno riposo le loro spoglie mortali, presso le quali s’intrecceranno preghiere e lacrime. Qui, dove ancora si parla la lingua di Gesù.

 

La loro storia non ha fatto notizia, neanche un cenno di cronaca. Ché i giornali sono occupati a raccontare le malefatte di Assad, e questo martirio va in controtendenza, disturba la narrazione ufficiale.

 

«Bisogna che il mondo intero sappia che una goccia di sangue di un innocente versato su questa terra è più sacra e più preziosa di tutti gli slogan del mondo». Così Sua Beatitudine Giovanni X, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente della Chiesa Ortodossa, in un accorato appello per la pace in Siria del dicembre del 2013.

Una chiosa che descrive più di tante parole il mistero racchiuso nella storia che abbiamo tentato di raccontare in queste righe.

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