Chiesa

24 aprile 2017

Il martirio cristiano e la vedova egiziana

«Vi perdono, credetemi […] Non sono arrabbiata con chi ha compiuto questo gesto, voglio dirglielo: possa Dio perdonarti. Non sei nel giusto, figlio mio, credimi, non la pensi nel modo giusto. Credimi non sono arrabbiata. Lui ora non c’è più, è morto. E io chiedo a Dio di perdonarli e di aiutarli a ravvedersi. Pensateci! Pensateci! Credetemi, se ci pensassero capirebbero che non abbiamo fatto nulla di male a loro».

 

«Pensateci ancora, cosa state facendo, è giusto o sbagliato? Ripensateci ancora. Possa Dio perdonarvi e noi anche vi perdoniamo. Credetemi, vi perdono. Avete portato mio marito in un posto che non avrei mai potuto nemmeno sognare. Credetemi, sono orgogliosa di lui. E avrei voluto essere lì al suo fianco, credetemi, e ringrazio».

 

Queste le parole della moglie di Naseem Faheem, custode della cattedrale di Alessandria che il 7 aprile è stata fatta segno di un attentato che provocato 45 morti. Proprio Faheem aveva bloccato l’attentatore, riducendo il numero delle vittime. Anche uno dei figli del custode della Chiesa aveva ringraziato pubblicamente perché il padre aveva ricevuto il dono del martirio.

 

Le parole della vedova di Faheem  sono riecheggiate nello studio della trasmissione televisiva condotta da Amr Adeeb, uno dei più famosi giornalisti egiziani, islamico, rimasto visibilmente colpito da quelle parole.

 

Dopo aver accennato al fatto che questa gente è fatta di «una sostanza diversa», ha aggiunto: «Possa Dio avere compassione di Naseem che è un eroe, un martire e un grande esempio per tutti noi […] Il paese va avanti con la pazienza, con la perseveranza e la resistenza di questa grande donna e dei suoi figli, in cui vive ancora il loro padre, cresciuti per essere veri uomini!».

 

Questa la mirabile testimonianza cristiana riportata dalla Bussola. Il sangue dei martiri, e di certo sono martiri i tanti assassinati mentre si trovavano a messa, magari qualcuno distratto dai propri pensieri (come è grande la misericordia di Dio che sceglie chi vuole), fruttifica secondo disegni che non sono umani e che i suoi possono registrare con stupore.

 

L’episodio narrato dalla vedova egiziana, fa il paio con un altro, narrato questa volta da Francesco nell’omelia di una messa celebrata presso la Basilica di San Bartolomeo. Qui, agli adepti della comunità di Sant’Egidio ha voluto narrare quanto a lui raccontato da un migrante ospite presso un centro di accoglienza dell’isola di Lesbo (quelli che lui ha definito campi di concentramento, ma questa è un’altra storia, più complessa e articolata).

 

Così il Papa:  «Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati, ho trovato un uomo trentenne, tre bambini, mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano, mia moglie era cristiana e nel nostro Paese sono venuti i terroristi. Ci hanno guardato, ci hanno chiesto la religione, hanno visto lei con il crocifisso e hanno chiesto di buttarlo. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto”. “Questa – ha continuato Francesco – è l’icona che porto oggi come regalo qui».

 

Nessuno si è interrogato circa il Paese di provenienza del migrante in questione, ma è alquanto ovvio che era della Siria, dove matrimoni tra islamici e cristiani erano normali e dove si è scatenato lo jihadismo internazionale con il suo carico di orrori e il conseguente flusso di profughi.

 

E forse la mancanza di interrogativi in proposito non è casuale: la narrativa corrente, infatti, tende a nascondere in tutti i modi la vera natura delle forze che stanno tentando di attuare il regime-change in Siria. E a obliare che tra queste ci sono fazioni terroriste e che tra l’altro tra le forze jihadiste e quelle terroriste i confini e le finalità operative risultano più che indistinti. Raccontare questo risulta politically correct.