19 aprile

Don Giacomo, cinque anni dopo

Tanti motivi di gratitudine urgono in questo giorno, ricorrenza della sua morte, a ricordare don Giacomo Tantardini. In particolare per doveroso quanto grato tributo per quanto egli ha dato alla Chiesa del Signore, con contributo ignorato o obliato (o distorto). Ma va bene così, d’altronde incontrava oblio e contrasto da vivo, figuriamoci da morto.

 

Per sintetizzare la condizione della Chiesa nel tempo in cui operò, basta una frase che egli scelse per una copertina di 30giorni (rivista della quale era il cuore pulsante): «”Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede”. Così don Giussani a Giovanni Paolo II agli inizi degli anni 90’».

 

Copertina che esplicitò ancora su 30giorni, attraverso un’altra citazione di don Giussani: «Lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana in quanto “spesso s’infiltra e blocca”, per usare le parole così chiare di Giussani, il piccolo gregge, “quasi un resto d’Israele”, che è la Chiesa».

 

«Non Hegel, Goethe e Jung, per citare tre grandi maestri dello gnosticismo moderno […] sono di per sé un pericolo, ma chi nella Chiesa, in maniera più o meno occulta (“occulto e orrendo veleno” è l’espressione che sant’Agostino usava per l’eresia pelagiana), “spesso s’infiltra e blocca”, e quindi snatura, la semplicità della Tradizione».

 

In opposizione allo gnosticismo e al pelagianesimo, che tutto fanno discendere dall’umana dottrina o iniziativa – con tutte le implicazioni del caso: la riduzione della fede a cultura, ad attivismo, a valori, a pedagogia etc -, don Giacomo sottolineò in tante sedi la necessità della grazia, meglio la primazia, la precedenza della grazia di Dio rispetto alla conoscenza e all’agire umano.

 

Trovando in questo conforto, appunto, nel suo amico don Luigi Giussani, del quale, come ricordava spesso, aveva condiviso il seminario; quel Venegono che aveva attratto e formato entrambi alla fede di Gesù. E ausilio nelle pagine di sant’Agostino, che rilesse sottolineandone la stretta attualità.

 

Tale ritorno all’essenziale della fede si dispiegò in particolare attraverso le pagine di 30giorni, che tanto riverbero, tacito e implicito (come conviene alle armonie nascoste), ebbe a vari livelli.

 

Esemplare in tal senso una meditazione sulla Pasqua che don Giacomo volle allegare alla rivista, dal titolo più che significativo: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla».

 

Già, il Figlio da se stesso non può far nulla… forse nessuno, in duemila anni di Chiesa (e di storia della Chiesa), aveva mai tematizzato in quel modo, tanto fedele al Vangelo e però tanto nuovo, ciò che Gesù dice di se stesso, e più volte, nel suo vangelo.

 

Non un’intuizione felice quella di don Giacomo, ma un dono. Un dono che il Signore gli affidò in un’occasione particolare.

 

Era la settimana santa allora, e più forti e cattivi spiravano i venti dell’usato contrasto.

E a margine di quella messa don Giacomo doveva comunicare ai suoi l’esilio in terra di Spagna, accettato, nella sua drammaticità, con lieto affidamento al Signore.

 

E però gli era grave quel dire. Sapeva bene, infatti, quanto dolore quella novella avrebbe arrecato ai suoi.

Un nodo che sciolse il Signore. Che gli venne in aiuto, appunto, attraverso la lettura del vangelo. D’altronde se anche Gesù da se stesso non fa nulla, accennò in quella circostanza, figuriamoci cosa possiamo fare noi…

 

Fu da allora che prese a leggere quel cenno evangelico come forse nessuno aveva mai osato fare. Perché indica in maniera semplice e definitiva quella necessità della grazia del Signore che rende il cristianesimo così facile; «un’adorata semplificazione di tutto», per usare uno dei cenni più felici di don Giussani che tanto caro fu a don Giacomo.

 

Facile proprio perché non frutto di impegno o sforzo umano ma opera di un Altro. Così che la fede cristiana, non solo al suo inizio ma sempre (in ogni istante) resta sospesa all’iniziativa di Dio.

 

Un’iniziativa che normalmente si dispiega attraverso la predilezione, come sottolineava don Giacomo con tratto così unico, accennando a quella meccanica divina, imprescindibile quanto obliata nella Chiesa, per la quale Dio sceglie alcuni per comunicarsi ai molti.

 

Val la pena, allora, concludere con una citazione che abbiamo evitato in passato perché poteva apparire polemica, ma polemica non vuol essere.

Solo un modo per ricordare don Giacomo e accennare all’importanza che ebbe non solo per quanti hanno avuto la ventura di incrociarne le vie; ma anche per quanti, non conoscendolo, hanno in qualche modo beneficiato del suo cristianesimo semplice, per “cristiani generici”per usare un’espressione tante volte reiterata in 30giorni.

 

Nello specifico, e tanto per fare un esempio riguardo quest’ultimo cenno, riportiamo quanto riferito da un amico, il quale, lavorando in un centro di accoglienza per migranti, ha trovato tra le povere cose che avevano portato con sé alcuni di loro, delle copie in lingua straniera di “Chi prega si salva“, piccolo libro di preghiere edito da 30giorni che don Giacomo curò nei dettagli ed ebbe così caro.

 

Così, veniamo alla citazione evitata, ma oggi felice perché non si tratta di rivendicare nulla. Solo esplicitare la gratitudine per quanto il Signore ha operato tramite don Giacomo, con le parole che ebbe a usare don Giussani in una meditazione che volle poi rendere pubblica attraverso il mensile Tracce (ottobre ’94).

 

Una meditazione nella quale accennava anche al Giudizio finale, in questo modo: «[…] Fin quando tutto sarà Suo, e allora tutti, tutti diranno: “Avevano ragione”, “Giacomo aveva ragione”. Tutti diranno così; ma, io spero, contenti».

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