Postille

13 aprile 2017

Ahmadinejad torna in campo

A sorpresa Mahmoud Ahmadinejad si candida alle elezioni presidenziali iraniane, che si terranno a maggio. Finora l’ex presidente iraniano aveva dichiarato pubblicamente il suo disimpegno e il suo appoggio ad un altro candidato, Hamid Baqaei, peraltro sicuro perdente nella sfida che lo vedeva contrapposto all’attuale presidente, Hassan Rouhani, ricandidato.

 

La sorpresa dell’iniziativa è grande anche perché Ahmadinejad ha sfidato apertamente l’ayatollah Khamenei, che l’aveva dissuaso dalla tenzone, memore dei problemi che aveva causato all’Iran la sua passata gestione.

 

Ahmadinejad, infatti, aveva portato la sfida a Israele e al mondo intero a livelli insostenibili, precipitando il Paese nell’isolamento più totale. E se Teheran non è stata incenerita da una guerra, lo deve alla ragionevolezza di tanti, in Israele e nel mondo, che hanno frenato quanti premevano per una risposta dura alle sue continue provocazioni.

 

Non solo, nelle elezioni del 2009-2010, che lo videro vincitore, furono rilevati tanti e tali brogli da far sollevare il Paese.

Fu la cosiddetta rivoluzione verde allora, che portò in piazza decine di migliaia di iraniani e fu repressa a fatica, non senza qualche segreto compromesso con i ribelli, che avevano trovato l’appoggio della parte più moderata della leadership politica iraniana.

 

Ora l’ex presidente ci riprova, contando su un programma populista. Cosa non nuova, dal momento che ha sempre cercato il voto di protesta delle fasce più povere dell’Iran e ha attratto consensi di quanti ricercavano un’impossibile rivincita contro l’Occidente.

 

Si prospetta dunque una sfida in apparenza in linea con quanto avviene nel mondo, nel quale si assiste alla contrapposizione tra forze populiste e forze di sistema.

 

Nel caso iraniano, però, si tratta di un populismo altro da quello che ha attecchito altrove. Non si tratta di una protesta contro un sistema che esclude, ma al contrario contro un sistema che ha aperto agli iraniani le porte del mondo (esempio di come sia spesso vacuo generalizzare).

 

Candidandosi, Ahmadinejad porta nella sfida elettorale una variabile dirompente: quella di rilanciare la sfida a Israele e all’Occidente, richiudendo le porte dell’Iran al mondo, ma aprendo quelle di Giano (quelle che i romani aprivano nel tempo di guerra).

 

Una sfida rilanciata peraltro in un momento in cui la nuova amministrazione americana si dice pronta a revocare il trattato sul nucleare iraniano ereditato dall’era Obama. Una iniziativa delicata, che rischia, appunto, di riaprire conflittualità sopite.

 

Insomma una vera e propria bomba nucleare, quella lanciata da Ahmadinejad, che sarà difficile contenere. In particolare perché potrebbe riportare la sfida contro Israele a livelli ingestibili.

 

Una bomba che si accompagna a un’altra bomba. Proprio in questi giorni il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman ha dichiarato che non sarebbe sorpreso «se qualcuno uccidesse Rouhani».

 

La dichiarazione del ministro della Difesa israeliano, di difficile interpretazione, suona come un avvertimento.

Di certo Rouhani, simbolo della nuova stagione iraniana, quella caratterizzata da un attutimento delle tensioni internazionali, in questi giorni dovrà guardarsi attorno in maniera diversa.

 

Inutile dire che l’Iran è parte di un gioco più grande e articolato del complesso rebus mediorientale. Ad oggi è alleato della Russia e di Assad in Siria, nella guerra che vede Damasco contrapposta agli jihadisti di marca sunnita.

 

Un alleato che diverrebbe oltremodo indigesto e pericoloso se il potere di Teheran divenisse appannaggio dei radicali di cui Ahmadinejad è espressione.

 

E dire che proprio il rinnovato confronto con l’Occidente che si sta svolgendo in Siria, che vede l’America e i suoi alleati sostenere lo jihadismo sunnita contro gli sciiti, potrebbe alimentare la radicalizzazione di ampi strati della popolazione iraniana e favorire così l’ex presidente.

 

Vedremo gli sviluppi. Ma, come si può capire dagli accenni fatti, la sfida lanciata da Ahmadinejad ha portata globale.

E forse non è un caso che sia stata lanciata proprio mentre l’amministrazione americana, ammainata la bandiera dell’isolazionismo, mostra al mondo il suo volto più duro e interventista.

 

Più alta è la tensione con l’Occidente, più salgono le possibilità di riuscita di Ahmadinejad. La bomba a orologeria è stata innescata. Si spera che qualcuno, in Iran o altrove, riesca a disinnescarla.

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