Come in cielo

12 aprile 2017

La Legge e i miracoli del Signore

Pina Baglioni

«Quante volte s’è seduto dove stai tu adesso», pianse Lia amaramente, «e tutti quei miracoli… tutte le cose che diceva, non ve le ricordate più… quelle parole che ci mettevano una cosa, dentro, che non si sapeva cosa era.. e tornavamo a casa che piangevamo e che eravamo contente. E solo a guardare la sua faccia, pareva che non potevamo più andarcene via da lui, non lasciarlo più…».

 

La notizia che Gesù è stato crocifisso a Gerusalemme è arrivata fino a Cafarnao. Fino a Rachele, la suocera di Simon Pietro e a tutte le sue vicine di casa. Donne giovani e meno giovani, sorelle, madri, mogli di pescatori. Sono tutte uscite per strada per parlare dell’accaduto.

 

E ognuna reagisce a suo modo. Rachele cerca di dissimulare il suo dolore prendendo di petto tutte le altre. È una donna risoluta lei. Non per niente, qualche tempo prima, appena la febbre l’aveva lasciata dopo che il Signore le aveva toccato la mano (Mt 8, 14-17), s’era messa a cucinare come nulla fosse. E a volte rimproverava addirittura il figlio per tutti quegli amici che le portava sempre a casa. Dietro a quel Gesù che il più delle volte se ne stava accanto al fuoco senza proferire parole.

 

Lia, invece, piange senza ritegno. Il solo pensiero di non rivedere più il Signore la fa disperare. Altre sono solo dispiaciute perché avevano sperato che quel Cristo che si diceva Figlio di Dio avrebbe aiutato i loro uomini a diventare “qualcuno” e per poter abbandonare barche e reti.

 

È questo il contenuto de La suocera di Pietro, quarto racconto della raccolta Morte di Adamo il capolavoro di Elena Bono, la grande scrittrice già incontrata grazie a La moglie del procuratore originariamente incluso nella silloge dall’editore Garzanti nel 1956 e ripubblicato da Marietti in volume a sé stante nel 2015.

 

Il volume è un affresco della passione di Cristo di rara bellezza. Nei sette racconti emergono figure e vicende che stanno accanto a quelle centrali del Vangelo: la suocera di Pietro, il centurione Marco, gli apostoli in cerca dell’uomo che ospiterà il Signore e i suoi riuniti per l’Ultima Cena, le guardie fuori dal sepolcro dopo la deposizione…

 

Gesù non compare mai, se non in attimi di silenzio che rompono il disordinato clamore circostante: eppure Egli è la grande presenza, il baricentro decisivo intorno al quale ruotano le vicende dei personaggi.

 

L’operazione editoriale proposta da Marietti cambia architettura dell’opera: due racconti brevissimi, simmetrici e complementari sono messi agli estremi della raccolta e delimitano il perimetro entro il quale trovano posto gli altri cinque. Vale a dire Morte di Adamo, l’unico tratto dall’Antico Testamento e Una lettera dalla Giudea.

 

Il primo, che dà il titolo alla silloge, è l’incipit solenne, la visione oltre la storia del rapporto tra Dio e Adamo, nel momento in cui questi sta per morire, al cospetto delle stirpi «fino alla nona generazione». Siamo proiettati «in ogni momento dei tempi», dove ciò che è stato – l’omicidio di Abele –, ciò che è  – la vergogna di Adamo – e ciò che sarà – Gesù nuovo Adamo  –, si riuniscono e fanno vibrare in altissima tensione il vertiginoso rapporto tra il Creatore e il primo uomo.

 

A questo fa da contraltare Una lettera dalla Giudea, il racconto che chiude il volume. Qui incontriamo Biberino, vale a dire un esausto e quasi sempre ubriaco imperatore Tiberio Cesare che ormai passa i suoi giorni bevendo e a trastullarsi in compagnia del nano Troculo nei vapori della villa di Capri.

 

Là viene raggiunto da una brevissima missiva, che informa: «A Tiberio Cesare Massimo Augusto, il Procuratore della Giudea e Samaria, tribuno militare Ponzio Pilato, salute. Nella Giudea, contrariamente a voci che tu possa udire da gente né a te né a me amica, tutto è tranquillo. Abbiamo crocifisso, dietro accusa di sedizione e presunte mire di regno, un tale di Galilea, chiamato Gesù Cristo…».

 

Una brevissima nota per indicare qualcosa che aveva cambiato per sempre la storia. Che altri immaginavano fatta di eventi epocali, che la storia avrebbe invece dimenticato in fretta, sepolti sotto la polvere del tempo.

 

La legge e la grazia

 

«Cara Signorina, ho avuto stamani il volume: Morte di Adamo… È un libro bellissimo; ci sono cose magnifiche, nuove, intensissime; mi manca di leggere ancora metà del volume; ma non voglio tardare a dirle cento volte brava». Emilio Cecchi scrive così a Elena Bono il 18 luglio del 1956.

 

La scrittrice si era laureata nel 1945 col grande critico letterario, una delle figure di maggior rilievo della mondo culturale del Novecento. La lettera così proseguiva: «la figlia di Giairo (le ultime pagine dell’apparizione della bambina sono un capolavoro, e tutto il dibattito in casa di Giairo…) sono felice che lei abbia scritto delle cose così belle, forti, pieno di talento e arte».

 

È proprio così, La figlia di Giairo è un racconto di sconvolgente bellezza, ispirato all’episodio evangelico della resurrezione della picccola Talitha, la figlia di Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao.

 

Così racconta Luca (8, 49-56): «Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, perché tutti erano in attesa di lui. Ed ecco, venne un uomo di nome Giairo, che era capo della sinagoga: si gettò ai piedi di Gesù e lo pregava di recarsi a casa sua, perché l’unica figlia che aveva, stava per morire. Stava ancora parlando, quando arrivò uno dalla casa del capo della sinagoga e disse: “Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro”. Ma Gesù, avendo udito, rispose: “Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata”.

 

Giunto alla casa non permise a nessuno di entrare con lui, fuorché Pietro, Giovanni e Giacomo e al padre e alla madre della fanciulla.  Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei. Gesù disse “Non piangete. Non è morta, ma dorme”. Essi lo deridevano, sapendo bene che era morta, ma egli le prese la mano e disse: “Fanciulla, alzati!”. La vita ritornò a lei e si alzò all’istante. Egli ordinò di darle da mangiare. I genitori ne furono sbalorditi, ma egli ordinò di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto».

 

Elena Bono, nel suo racconto, immagina il sequel dell’episodio evangelico. All’indomani della crocifissione di Gesù, parenti e amici di Giairo si precipitano nella sua casa per intentargli un vero e proprio processo. Soprattutto il venerato zio Joachim, dei Sacerdoti Maggiori di Gerusalemme. Giairo ha addirittura ordinato ai suoi operai di non venire al lavoro dei campi. E si sono tutti rinchiusi in casa perché nessuno sappia cosa stia accadendo.

 

Qual è il punto? Il punto è che Giairo ha commesso un imperdonabile errore: secondo i suoi parenti non avrebbe dovuto chiedere al Nazareno di far tornare in vita la figlia. Perché «la Legge ha condannato quell’uomo. La Legge in base ai fatti di lui» ammonisce lo zio Joachim,  «dunque i suoi stessi fatti l’hanno condannato: i fatti e la Legge. Indi il sacrosanto Sinedrio e la coscienza popolare». Ma Giairo è anche lui un dottore della legge e sa come rispondere: «la Legge mi pare l’asino che sta nel frantoio: è legato, ha gli occhi bendati e gira come lo fanno girare».

 

Giairo si è permesso di chiedere un miracolo. E questo è imperdonabile in primo luogo perché si è affidato a colui che era considerato un seduttore del popolo e una specie di mago. E poi perché i miracoli non vanno chiesti. Mai. «Se tua figlia era morta ti dovevi rimettere alla volontà del Signore» infierisce Joachim. «Lasciar fare a lui… Dare esempio di rassegnazione ai tuoi fedeli. In quante case muoiono dei figli? E non perciò si corre dal primo incantatore che vada in giro per il paese. Così fanno i Gentili e gli idolatri immondi. Questo è tentare Dio».

 

La collera dell’illustre parente è tale da mettere in questione anche la carica di capo della sinagoga di Cafarnao che Giairo aveva ottenuto su “raccomandazione” del potente zio. E lo stesso Joachim, nella riunione del Sinedrio che doveva decidere della sorte di Gesù Cristo il Galileo, era stato oggetto di minacce miste a irrisioni da parte del Sommo Sacerdote Caifa.

 

Proprio per colpa di suo nipote che si era prostrato ai piedi di Gesù per avere salva la vita dell’unica figlia. Non solo: a rischiare i beni e forse la vita è la famiglia intera di Giairo perché «il Santo Sinedrio ha occhi e orecchie dappertutto. Non cade capello dalle vostre teste senza che non lo sappiamo». Insomma, quel miracolo avrebbe prodotto conseguenze nefaste  per tutti.

 

Sotto accusa c’è anche Raab, la moglie di Giairo, la mamma della piccola Talitha, per aver convinto suo marito ad andare da Gesù. A un certo punto del “processo” la donna decide di dire la sua: «Mia figlia è morta e lui me l’ha risuscitata. Chi dice diverso, parli con me». Ma nessuno osa rispondere e Raab sorride.

 

Non è ancora finita. I sapienti di casa chiedono di interrogare la bimba che se ne stava intanto tranquilla nella sua stanza. La madre sale da lei, la veste con gli abiti più belli e la conduce tra i parenti. La bimba viene sollecitata a ricordare quel giorno che Gesù era venuto a trovarla. Ma Talitha non apre bocca. Anzi, alla vista degli uomini, cade a terra, senza un gemito. Nella notte sopravviene la febbre altissima e la fanciulla comincia a delirare. Ma non muore. Pian piano si riprende, mentre passa molto tempo a guardare il cancello e la strada di là del cancello, s’incanta a guardare e nessuno capisce perché.

 

Bellissime le ultime righe del racconto: «Ma le donne dicevano fra loro che così era stato quel giorno, che il Rabbi era venuto e poi se n’era ripartito dalla casa di Giairo. Lei piano piano con i passi incerti era scesa dietro a tutti, fino al grande sicomoro ed era rimasta lì sotto a guardarlo, mentre il Rabbi se n’andava di là dal cancello».

 

Talitha, la piccola che era stata toccata dal miracolo, non poteva più scordare quel giorno. Né quell’uomo che l’aveva restituita alla vita. Era morto, l’aveva capito dai dialoghi dei grandi. Eppure proprio quel che era capitato a lei gli faceva vedere quel cancello con una segreta, umanamente impossibile, speranza.