11 aprile

Putin offre Gerusalemme ovest a Israele

Una piccola notizia apparsa il 6 aprile sul sito del ministero degli Esteri russo sta girando il mondo interpellando tutte la cancellerie occidentali: la Russia infatti intende riconoscere Gerusalemme ovest come capitale dello Stato di Israele.

 

Benché, infatti, Mosca ribadisca la necessità della creazione di uno stato palestinese accanto a quello israeliano, e ribadisca la determinazione dell’Onu circa il riconoscimento di Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato arabo, la Russia intende separare il destino di Gerusalemme Est da quello di Gerusalemme Ovest, finora legate indissolubilmente a livello cronologico.

 

Infatti, secondo le fonti russe interpellate dal Jerusalem Post del 6 aprile, tale riconoscimento non sarebbe legato al parallelo riconoscimento palestinese, ma andrebbe in vigore «immediatamente».

 

Tanto che l’ambasciatore «della Russia in Israele Alexander Shein intende incontrare i funzionari del ministero degli Esteri nei prossimi giorni per discutere la decisione», densa di significati e conseguenze. La Russia sarebbe la prima nazione al mondo a fare un simile passo.

 

Tale iniziativa diplomatica è stata comunicata il giorno precedente al lancio dei missili americani sulla Siria, giorno in cui Putin e Netanyahu hanno avuto una conversazione telefonica: probabile abbiano parlato anche di tale delicata questione.

 

Come è probabile che tale offerta vada a dipanarsi attraverso una, più o meno tacita, trattativa trilaterale che veda protagonisti non solo Russia e Israele, ma anche gli Stati Uniti.

 

Trump, infatti, aveva dichiarato solennemente di voler spostare l’ambasciatore americano da Tel Aviv a Gerusalemme, cosa che avrebbe comportato il riconoscimento de facto della città come capitale israeliana.

 

Una prospettiva poi frenata per evitare contrasti con i propri alleati arabi, che non possono che dirsi contrari a una decisione che priverebbe i palestinesi dei loro diritti su Gerusalemme Est, sanciti in sede Onu.

 

L’iniziativa russa, invece, rimette tutto in gioco: la Russia rinsalderebbe i suoi legami con Israele, Trump potrebbe dar seguito alle sue promesse, anche se circoscritte, senza innescare conflittualità, e Israele avrebbe conseguito, oltre al vantaggio politico, un nuovo prestigio internazionale, oggi in calo stante le chiusure a un negoziato serio con i palestinesi.

 

Ne dovrebbe trarre giovamento anche il dialogo israelo-palestinese, che potrebbe uscire da una fase di stallo, ma sul punto il condizionale è d’obbligo.

 

Probabile, d’altra parte, che Putin voglia porre tale offerta nel quadro di una trattativa più globale riguardo il Medio Oriente, nella speranza di guadagnare una maggiore flessibilità del governo israeliano alla permanenza di Assad al potere in Siria, cosa sulla quale finora Netanyahu è stato irremovibile.

 

Mossa da scacchista quella di Putin, un’apertura di re, quelle che prevedono sviluppi più veloci. La risposta di Netanyahu tarda invece ad arrivare. Forse perché accarezza il sogno di fare «passi unilaterali» riguardo la città santa, paventati peraltro nella dichiarazione del ministero russo.

 

O forse, anzi molto più probabilmente, perché i missili americani piovuti sulla base aerea siriana hanno cambiato di molto la disposizione dei pezzi sulla scacchiera mediorientale.

 

11 agosto

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