10 aprile

Gli oscuri messaggi delle bombe d’Egitto

La Bestia è assetata di sangue e ieri, in Egitto, ha fatto strage in due chiese durante la celebrazione liturgica delle Palme. Un duplice attentato di chiara matrice satanica, rivendicato dal movimento dell’Isis che a tale religione è consegnato. Già, perché anche quella satanica è una religione, con i suoi riti, le sue celebrazioni e le sue simbologie.

Una religione che ha più adepti di quanti si pensi, e in circoli importanti e influenti nel mondo, altrimenti Daesh non avrebbe attecchito in maniera così ampia e radicale. Per fare attentati come quelli che ieri hanno preso una ottantina di vite ci vuole una sofisticata preparazione, non è certo opera di quattro beduini infatuati dall’idea del Califfato.

Oltre a rilanciare la sfida satanica al mondo, le bombe di ieri, secondo una sofisticata strategia, hanno obiettivi diversificati. Anzitutto rinverdire i fasti dello scontro di civiltà, ovvero accreditare la narrazione che ha caratterizzato questi anni secondo la quale l’islam sarebbe lanciato a bomba contro il cristianesimo.

Una narrazione che attecchisce nonostante l’evidenza, nonostante il Terrore globale abbia fatto infinitamente più morti ammazzati islamici che cristiani, abbia preso di mira molte più moschee che chiese cristiane. Ma tant’è.

Proprio la Chiesa copta è simbolo e testimonianza di convivenza tra islam e cristianesimo, che nei secoli ha visto episodici attriti e conflittualità ma anche virtuose convergenze. Una convivenza che gli attivisti dell’Isis vogliono far saltare in aria a suon di bombe.

Altro obiettivo era il papa. Una delle bombe ha infatti fatto strage di fedeli che partecipavano alla messa tenuta dal papa copto Teodoro II, Tawadros in arabo. Il militante kamikaze ha compiuto il suo macabro lavoro nella chiesa di San Marco ad Alessandria, la chiesa più importante della Chiesa copta. Come se fosse esplosa una bomba in San Pietro.

Che il messaggio di morte sia rivolto anche alla Chiesa cattolica è alquanto esplicito, dal momento che tra venti giorni papa Francesco si recherà in Egitto per rinsaldare i vincoli che legano le due Chiese, in linea con quanto avvenuto durante il suo pontificato (basta ricordare lo storica visita a Roma di papa Tawadros II).

Una visita, quella prossima ventura, che il movimento satanico ha particolarmente in odio, anche perché in tale viaggio Francesco incontrerà il grande imam Ahmad al-Tayyib, guida dell’Università Al-Azhar, la più importante istituzione islamica dei sunniti. Tale istituzione era entrata in rotta con la Chiesa cattolica durante il Pontificato di Benedetto XVI, una rottura che era rientrata e che la visita di Francesco dovrebbe chiudere definitivamente.

Altro obiettivo esplicito dell’attentato è il presidente Al Sisi, che sta attraversando un momento delicatissimo. Egli ha riposizionato l’Egitto, che da quinta colonna degli Stati Uniti in terra d’Arabia, ha trovato in Mosca un interlocutore interessato a rilanciare la sua influenza nell’area.

Da poco tornato da una visita negli Stati Uniti, dove ha incontrato Trump nella speranza di poter ritrovare il filo di un dialogo con la nuova amministrazione Usa, il presidente egiziano deve far fronte all’instabilità permanente del Sinai, terra di movimenti radicali, ma soprattutto a quella molto più pericolosa di cui è preda la vicina Libia, che rischia di tracimare e travolgere il suo Paese.

Da qui, e dalla speranza di guadagnarsi qualche pozzo petrolifero, le ingerenze egiziane in terra libica a sostegno del generale Khalīfa Ḥaftar, uno dei protagonisti del complicato caos in cui è caduto il Paese dopo la guerra scatenata dalla Nato contro il Colonnello Gheddafi.

Al Sisi non deve far fronte solo al caos esterno. All’interno è chiamato a contenere l’attivismo endemico dei Fratelli musulmani, suoi nemici giurati, che hanno affiliati dappertutto, sia nella società che negli apparati dello Stato.

Un’instabilità alla quale si è aggiunto il vulnus della morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo. Il suo sangue è ricaduto sul presidente, indebolendolo ancora di più, come da intenzioni degli ambiti, interni e internazionali, che hanno decretato la morte di Giulio e/o l’hanno strumentalizzata in seguito.

L’attentato nella chiesa d’Alessandria deve essere riecheggiato come un sinistro segnale nella residenza presidenziale: il 1º gennaio del 2011 una bomba esplodeva al termine della celebrazione liturgica presso la chiesa dei Santi ad Alessandria, causando 21 morti. Da lì a poco sarebbe iniziata la primavera araba che avrebbe posto fine alla presidenza di Hosni Mubarak.

A fine marzo, Mubarak è tornato in libertà, riabilitato nell’era al Sisi dopo la lunga carcerazione subita durante il governo dei Fratelli musulmani. Una liberazione altamente simbolica, come a segnare la fine di un’epoca, quella sanguinaria seguita all’involuzione delle cosiddette primavere arabe. La bomba di ieri urla al mondo che quella stagione non è affatto finita, anzi.

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