Mondo

8 aprile 2017

Siria, si può ancora trattare

Ad oggi la risposta russa al lancio di missili americani in Siria è stata misurata. Pur criticando l’aggressione a uno Stato sovrano, la mistificazione usata come pretesto per l’intervento (non c’è nessuna prova che Assad abbia usato armi chimiche a Idlib e la proposta russa di un’indagine sul luogo dell’eccidio non è stata nemmeno presa in considerazione) e pur ripetendo che indebolire Assad aumenta le capacità di manovra delle forze del Terrore (che ieri infatti hanno attaccato postazioni siriane), Mosca non ha parlato di ritorsioni.

 

Non è stata ventilata nessuna ipotesi di risposta al raid americano, anche se Putin ha fatto dire alla seconda carica dello Stato, Dmitrij Medvedev, che ieri si è «arrivati a un passo» da un confronto diretto con Mosca. Un monito inequivocabile: non saranno tollerate altre azioni simili.

 

In questa direzione va letto l’annullamento dell’accordo che prevedeva un coordinamento tra le forze russe e americane sul teatro di guerra siriano, siglato al tempo per evitare pericolosi incidenti di percorso.

 

Ma il Cremlino non si è limitato a questo. Così Francesco Semprini sulla Stampa dell’8 aprile: «”Un certo numero di contromisure atte a rafforzare e migliorare l’efficacia del sistema difensivo aereo siriano saranno attuate a breve per proteggere infrastrutture vitali”, avverte il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov. Tra queste c’è la mobilitazione di uomini e mezzi al comando di Mosca a ridosso di obiettivi sensibili in funzione deterrente, come dire “colpirle sarà una dichiarazione di guerra alla Russia”».

 

Ad attutire le tensioni le dichiarazioni di Washington, che hanno parlato di un colpo isolato, escludendo, almeno a oggi, l’intervento diretto in Siria, nonostante sia Netanyahu che Erdogan in Medio Oriente, che Francia e Gran Bretagna in Europa, spingano perché prosegua le operazioni contro Assad.

 

Il Capo del Dipartimento di Stato Tillerson andrà a Mosca a breve, visita non annullata: segno che sia l’amministrazione americana che il Cremlino vogliono trattare prima che il confronto diventi incontrollabile. Ed è chiaro  che gli americani vogliono usare del raid missilistico per trattare da una posizione di forza.

 

Una impostazione che il Cremlino è costretta ad accettare, dal momento che Putin comprende le lacerazioni che agitano la nuova amministrazione americana. Deve concedere qualcosa a Trump, altrimenti   consegnerebbe definitivamente la nuova amministrazione americana alla follia neocon, che spinge per un confronto a tutto campo con Mosca, in Siria e altrove.

 

Invece una trattativa nella quale Trump esca in qualche modo vincente rafforzerebbe quella destra pragmatica che vuole riportare l’America ai fasti della “nazione indispensabile”, senza però tracimare nelle follie degli ultimi quindicenni, dove le ragioni della politica di grande potenza (e prepotenza) sono state subordinate a quelle dell’esoterismo millenarista e ai suoi sogni apocalittici.

 

Ma le mosse dell’ex armata rossa sullo scacchiere siriano indicano chiaramente che anche il Cremlino pone delle condizioni alla trattativa, dei limiti oltre i quali non può fare concessioni.

 

Il negoziato servirà a dipanare le varie opzioni in campo. Momento delicato, complicato dal fatto che i costruttori di guerra cercheranno di causare incidenti di percorso per rendere impossibile ogni compromesso.

 

Ps. Il fatto che l’attacco alla Siria sia stato lanciato durante la visita del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti non è stato affatto casuale.

 

Anche il Dragone è stato avvisato: l’America è disposta a trattare, tanto che Trump ha detto al suo interlocutore di voler visitare presto Pechino, ma da una posizione di forza. Né verranno accettate altre provocazioni da parte della Corea del Nord. 

 

Il Dragone deve tenere a bada Pyongyang e frenarne le ambizioni nucleari, altrimenti gli Stati Uniti saranno “costretti” a intervenire.