7 aprile

I raid sulla Siria

«È chiaro a qualsiasi esperto che la decisione di colpire è stata decisa da Washington prima degli eventi di Idlib, che sono stati utilizzati semplicemente come scusa per una dimostrazione di forza». Questo comunicato del ministero degli Esteri russo è l’atto di accusa più forte e più puntuale mosso da Mosca agli Stati Uniti.

Molti dei cruise lanciati sono andati a bersaglio, colpendo la base aerea di Al-Shayrat, situata 20 km da Homs, lungo la strada che collega la città a Palmira e Deir Ez-Zour. L’aeroporto era stato ampliato due anni fa per far posto agli aerei russi impegnati nel Paese.

Trump ha affermato che è stata colpita la base dalla quale sarebbe partito l’attacco chimico su Idlib. Affermazione non suffragata da alcuna prova, dal momento che non è stata fatta alcuna indagine sul terreno.

Nessuna prova, nonostante i satelliti e i droni spia degli Stati Uniti battano quell’angolo di mondo in maniera più che capillare, data l’importanza geopolitica della guerra siriana.

Proprio la fretta di assestare il colpo indica anzi l’esatto contrario, altrimenti, per giustificare quella che è evidentemente un’aggressione a uno Stato sovrano, avrebbero esibito tali prove al mondo come giustificazione previa.

Così è avvenuto, seppur in maniera tragicomica, con le “prove” esibite all’Onu dall’allora segretario di Stato Usa Colin Powell al tempo della guerra in Iraq (prove poi rivelatesi false).

Anche quel conflitto fu scatenato per eliminare dalla scena internazionale la minaccia costituita dalle armi chimiche. Allora si trattava di quelle attribuite a Saddam oggi di quelle attribuite ad Assad. Come si vede, il copione si ripete con tragica banalità. Non esistevano allora, non esistono oggi.

La diversità rispetto allo scenario di allora è che in Siria sono presenti forze russe e sono attive le milizie del Terrore globale, dall’Isis ad al Nusra (leggi al Qaeda).

Che una guerra contro Assad abbia come conseguenza diretta il dilagare del terrorismo in Siria e nel mondo è alquanto ovvio. Si è visto stanotte, quando in concomitanza con il raid missilistico contro la base aerea, l’Isis ha attaccato una postazione dell’esercito di Damasco posta nelle vicinanze.

Ma ciò evidentemente non interessa a quanti vogliono trascinare l’America in guerra, da Erdogan a Netanyahu ai sauditi, ma soprattutto quei circoli neocon che, dopo aver tentato di portare alla presidenza la Clinton, hanno stretto Trump in un angolo con lo scandalo Russia-gate, costringendolo a cambiare radicalmente indirizzo alla sua politica estera.

L’altro elemento di diversità rispetto alla guerra irachena è la presenza di forze russe nel Paese. Non è chiaro se i russi siano stati avvertiti o meno dell’attacco, dal momento che circolano dichiarazioni contrastanti.

Anche nel caso di un avvertimento previo, resta però l’enormità di quanto è accaduto: si tratta della prima aggressione diretta degli Stati Uniti contro la Russia dalla seconda guerra mondiale. Non era mai avvenuto che la prima attaccasse la seconda o viceversa.

Un’eventualità che dalla seconda guerra mondiale è stata scongiurata in ogni modo, soprattutto da quando le due potenze si sono dotate di arsenali nucleari in grado di incenerire il mondo.

Il messaggio che veicola l’attacco di stanotte è quindi agghiacciante: il regime-change in Siria è irrevocabile, anche a costo di scatenare una guerra globale. Questo il baratro nel quale sta precipitando il mondo la follia dei neocon.

L’unico filo di speranza che resta in questo tunnel oscuro è che la visita del Segretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, prevista per il prossimo 10 e 11 aprile in Russia, non è stata cancellata.

Impossibile che gli Stati Uniti recedano dalla tragica strada intrapresa. L’alternativa che si pone è se tale prova di forza, l’ennesima, avverrà nella cornice di una trattativa sottotraccia tra Washington e Mosca oppure attraverso un’azione unilaterale dalla portata imprevedibile.

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