Postille

6 aprile 2017

Assad, l’inaccettabile

«Inaccettabile», questa la parola usata da Recep Tayyp Erdogan in una conversazione telefonica con Putin per protestare contro la strage di Idlib. Gli ha fatto eco qualche ora dopo Donald Trump che, commentando l’eccidio, ha usato la stessa parola: «Inaccettabile», appunto.

 

L’espressione si riferisce a un fatto specifico, ovvero l’uso di armi chimiche contro i civili, crimine attribuito senza alcuna prova ad Assad (sul punto abbiamo trattato nella postilla precedente), ma sottende ben altro. A essere inaccettabile è l’ipotesi di una permanenza di Assad al potere.

 

Questo è quanto decretato ai massimi livelli del potere internazionale. Una determinazione che ha un destinatario ben preciso: Vladimir Putin, che invece sostiene la prospettiva opposta.

 

A recapitare il messaggio al presidente russo sono stati incaricati proprio gli esponenti politici che avevano a suo tempo appoggiato la prospettiva di Putin, rendendola realistica.

 

Irriducibile sostenitore della cacciata di Assad, Erdogan aveva infatti cambiato idea dopo aver virato verso Putin, un’alleanza che aveva ricercato dopo il fallito golpe in Turchia, che aveva trovato il favore, secondo l’intelligence turca, di ambiti prossimi alla Nato.

 

Trump, per parte sua, durante la campagna elettorale aveva speso parole ragionevoli sul presidente siriano, riconoscendogli l’oggettivo ruolo di argine al Terrore di cui era preda il suo Paese. Una determinazione che aveva mantenuto fino a ieri. Fino a quando, cioè, non ha detto al mondo di aver cambiato idea.

 

Così nel giro di 24 ore sia Trump che Erdogan si sono allineati ai tanti sostenitori della destituzione forzosa di Assad: dalla Francia alla Gran Bretagna, le quali hanno rispolverato antiche mire coloniali.

 

Irriducibili in tal senso anche le Petromonarchie del Golfo, le quali hanno foraggiato e armato le legioni jihadiste che hanno fatto strame della Siria.

 

Come determinato sulla sorte di Assad appare il governo israeliano, che per bocca del ministro degli Esteri Avigdor Liberman ha più volte ribadito la necessità di eliminare il presidente siriano, soprattutto per la sua alleanza con hezbollah, che Israele annovera tra le minacce esistenziali.

 

Una determinazione, quella del governo di Tel Aviv, che si è acuita il 17 marzo, allorquando i caccia di tsahal, inviati come altre volte a bombardare obiettivi in territorio siriano, sono stati intercettati dalla contraerea di Damasco. Iniziativa inaccettabile per il governo di Netanyahu, perché il raid era diretto contro hezbollah.

 

Insomma, c’è una convergenza internazionale riguardo il destino di Assad. La decisione è stata presa ed è irrevocabile: deve sparire dalla scena internazionale. Si ripete un copione già visto, in particolare con Saddam Hussein e il colonnello Muammar Gheddafi.

 

Il problema è che se Putin ha difeso così strenuamente Assad non è certo per il rapporto personale con l’attuale presidente siriano. Ma perché è ben conscio che, almeno al momento, solo la permanenza di Assad al potere può impedire alla Siria di sprofondare nel caos, come è avvenuto in Iraq dopo l’eliminazione di Saddam e in Libia dopo l’assassinio di Gheddafi.

 

Lo sa Putin, ma lo sanno anche gli avversari di Assad, per i quali evidentemente, benché si presentino come sostenitori della causa del popolo siriano, tale prospettiva caotica non ha alcuna rilevanza.

 

Anzi, tanti di loro reputano che il caos sia fonte di nuove opportunità, secondo la teoria del “caos creativo” enunciata, forse improvvidamente, dall’allora Capo del Dipartimento di Stato americano Condoleezza Rice.

 

Forti, dunque, spirano i venti di una nuova guerra mediorientale, mentre alla Casa Bianca, l’ideologo Steve Bannon, il consigliere più fidato di Trump, viene allontanato dalla stanza dei bottoni.

 

Fuori i secondi, il potere ora è nelle mani dei generali e dei neoconservatori, i quali si stanno confrontando sulle prossime mosse.

Probabile che i generali, il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster e il ministro della Difesa Mattis, non gradiscano le ingerenze neocon, ambiti che in passato hanno utilizzato l’immane potenza militare americana in modo disastroso.

 

Da questo contrasto interno all’amministrazione americana dipenderanno le modalità con le quali gli Stati Uniti daranno seguito alla nuova determinazione su Assad.

 

I generali sono più pragmatici dei neocon, che subordinano la strategia alla loro follia ideologica. Ed è probabile che i primi più dei secondi tengano nel dovuto conto la presenza di forze russe sul territorio siriano e la determinazione opposta di Putin riguardo il destino di Assad.

 

Ci sono ancora margini di manovra per evitare di precipitare il mondo in un’avventura dagli sviluppi imprevedibili. Per evitare cioè di essere trascinati in una nuova, devastante guerra neocon, questa sì “inaccettabile”.