3 aprile

San Pietroburgo: il Terrore insegue Putin

Almeno 9 i morti in due esplosioni avvenute nella metropolitana di San Pietroburgo, venti i feriti. Secondo la polizia sono state usate bombe artigianali.

 

«Tutte le piste sono aperte», ha dichiarato Vladimir Putin, «compresa quella del terrorismo», che sembra poi la più probabile.

 

Si tratta di una sfida aperta alla Russia da parte del Terrore, che ha in Putin un nemico irriducibile, dal momento che senza l’intervento russo in Medio Oriente sarebbe dilagato in tutta l’area.

 

L’attentato segue (in linea meramente temporale) le manifestazioni delle opposizioni che, due domeniche fa, avevano interessato cento diverse città della Russia. Seppur ingigantita dai media occidentali, la protesta era suonata come un campanello d’allarme per la dirigenza russa.

 

Tali manifestazioni, infatti, avevano caratteristiche analoghe a quelle che al tempo avevano caratterizzato le rivoluzioni colorate avvenute in diversi Paesi ex sovietici (con l’effetto di allontanarli dall’influenza di Mosca per consegnarli all’Occidente).

 

E come quelle, hanno avuto una chiara matrice, e portata, destabilizzante agli occhi della dirigenza russa. Come destabilizzante è quanto avvenuto oggi a San Pietroburgo. Una suggestione, certo, ché non c’è legame diretto tra quelle e il bombardamento di oggi.

 

E però tale suggestione riecheggia quanto avviene in Siria, dove si registrano convergenze parallele tra le Forze del Terrore e le milizie jihadiste generate dalle primavere arabe (traslazione in salsa islamista delle rivoluzioni colorate), sostenute queste ultime dai sauditi e soprattutto dai neocon.

 

Sia il Terrore che il radicalismo jihadista, infatti, perseguono lo scopo di abbattere il governo di Damasco, tanto che spesso la loro azione si dipana in combinato disposto.

 

Non abbiamo fatto a caso l’esempio siriano, dal momento che proprio l’intervento in appoggio ad Assad ha guadagnato alla Russia l’odio di due forze: quelle del Terrore e quelle degli ambiti neocon, ambedue, come detto, impegnate a eliminare Assad.

 

L’appoggio russo ha consentito al presidente della Siria di rovesciare le sorti della guerra e di stabilizzare la sua posizione, tanto che ultimamente ha addirittura impedito ai caccia di Israele di bombardare obiettivi in Siria (cosa accaduta in precedenza), usando contro di essi la contraerea.

 

Il consolidamento imprevisto della posizione di Assad sembra alla base della nuova posizione degli Stati Uniti. Proprio in questi giorni il Capo del Dipartimento di Stato e l’ambasciatrice all’Onu degli Usa, non certo per una coincidenza temporale, hanno dichiarato che la fine del governo di Assad non è più una priorità per Washington (vedi nota precedente).

 

Dichiarazioni importanti rispetto alle chiusure del passato, che potrebbero prospettare un rilancio dei negoziati di pace siriani. Le esplosioni di oggi, oltre che rilanciare la sfida alla Russia, riecheggiano nel mondo come una feroce reazione del Terrore a tale sgradita prospettiva.

 

Il fatto che il Terrore sia riuscito a colpire proprio mentre Vladimir Putin si trovava a San Pietroburgo, oltre che rendere più personale la sfida al presidente russo, rafforza l’impressione di un attentato ben congegnato e realizzato. Roba da alta ingegneria, nonostante l’uso di ordigni artigianali.

 

Gli Usa si sono detti scioccati dall’accaduto. Ma la nuova amministrazione americana, accusata in patria di indebite collusioni con i russi, difficilmente riuscirà a far fronte comune con Mosca, cosa necessaria per sconfiggere il mostro.

 

Così i neocon, che stanno tirando le fila delle inchieste contro gli uomini di Trump, pur di andare contro il presidente sgradito, di fatto impediscono un’efficace azione di contrasto al terrorismo. In questo complesso e oscuro scontro di potere, il terrore trova ampi spazi di manovra.

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