22 marzo

Israele, la Siria e il pericolo escalation

Il confronto tra Siria e Israele, che ha avuto nella notte tra venerdì e sabato scorso un’impennata senza precedenti (per i tempi recenti), conosce sviluppi e si arricchisce di particolari.

 

Del bombardamento dell’aviazione di Tel Aviv in terra siriana e della conseguente risposta della contraerea di Damasco abbiamo già trattato in altro articolo (cliccare qui), spiegando che per la prima volta la Russia è intervenuta nella controversia tra i due Paesi convocando l’ambasciatore israeliano a Mosca per una richiesta di chiarimenti. Fatto inusitato, che rende l’idea di quanto la situazione sia a rischio escalation.

 

Giordano Stabile, sulla Stampa di oggi, spiega  che l’obiettivo principale del raid aereo «era un deposito di missili nascosto nel Monte Qasioun, l’altura che domina Damasco, al centro dell’apparato di sicurezza del regime di Bashar al-Assad».

 

Insomma, nel caso specifico, non si trattava di un obiettivo legato ad hezbollah, motivazione addotta in precedenza per raid simili e come sembrava fosse anche stavolta, almeno a stare alle dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano, il quale ha affermato che Tel Aviv non può permettere il passaggio di armi sofisticate al partito di Dio.

 

L’obiettivo principale dei jet di Tel Aviv era proprio l’apparato militare di Damasco, il che cambia di molto le cose, dal momento che si tratta di un’aggressione a uno Stato sovrano, non un’azione preventiva contro un’organizzazione giudicata terrorista.

 

Altri obiettivi del raid erano invece alcune postazioni dell’esercito siriano e dei loro alleati situate nei pressi di Palmira, la città archeologica che è diventata un po’ il simbolo di questa guerra, da poco strappata dalle grinfie dell’Isis da siriani e russi.

 

Al di là delle intenzioni, l’intervento dei jet siriani contro tali obiettivi ha favorito le operazioni dell’Isis in quella zona. D’altronde non è un mistero che in Israele ci sia chi preferisce la presenza dell’Isis in Siria piuttosto che quella dell’Iran (il che include, oltre alle milizie iraniane vere e proprie, che operano in Siria da poco, anche hezbollah, legate da Teheran da vincoli antichi). Come riportava al tempo Times of Israel.

 

Il problema è che nei dintorni di Palmira c’erano anche russi, come spiega lo Spiegel (ripreso da Sputnik), il che ha reso quei bombardamenti ancora più ingiustificati, dal momento che tra Mosca e Tel Aviv i rapporti sono (formalmente) buoni.

 

Non solo, il 19 marzo è stato ucciso un ufficiale siriano vicino al presidente Assad. Un omicidio mirato avvenuto in territorio siriano, che, come spiega Ben Caspit su Al Monitor, è molto diverso da quelli compiuti in precedenza contro alcuni esponenti di Hezbollah, dal momento che la vittima non costituiva una «minaccia strategica» per Israele.

 

Omicidio mirato che è avvenuto quasi contestualmente all’abbattimento di un drone israeliano da parte di hezbollah, anche questo colpito sui cieli siriani. A riportare la foto inequivocabile del drone abbattuto il sito al Manar.

 

Insomma, clima incandescente. Proprio Ben Caspit, sempre sul al Monitor, sottolinea l’anomalia di tali azioni, ricordando come Tel Aviv finora è stata sempre attenta a non apparire coinvolta direttamente nel conflitto siriano.

 

Perché oggi agisce in questo modo? L’articolo di Caspit si conclude così: «Una possibile risposta potrebbe essere la crisi della coalizione che minaccia di far cadere il governo di Benjamin Netanyahu. Un altro fattore potrebbe essere lindagine in corso contro il premier (clicca qui)».

 

«Il divampare di un incendio nel Nord [di Israele ndr.] potrebbe servire a mettere in ombra tali eventi […]. Liberman, che ama il suo lavoro come ministro della Difesa e quindi vuole allungare l’aspettativa di vita del governo attuale, sta giocando un gioco pericoloso. I nervi di tutti gli attori del complesso braccio di ferro sul confine Nord sono già sfilacciati. Un’escalation potrebbe andare fuori controllo molto rapidamente e provocare un vero e proprio inferno».

 

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