21 marzo

Da Moro a Trump

La caccia al cinghiale è ufficialmente iniziata. Ieri il capo dell’Fbi James Comey ha dichiarato che è stata aperta un’inchiesta riguardante eventuali influenze russe sulle presidenziali Usa in accordo con lo staff elettorale di Trump. Una dichiarazione resa in una sede ufficiale, ovvero la commissione intelligence del Congresso, istituita anch’essa per indagare in tale direzione.

 

A rafforzare le affermazioni di Comey, la presenza accanto a lui del capo della Nsa (national security agency), Mike Rogers, che ha implicitamente spalleggiato il collega e ha confermato che la denuncia di Trump circa un’asserito spionaggio di Obama nei suoi confronti durante la campagna elettorale è infondata.

 

Le indiscrezioni sui legami tra esponenti russi e gli uomini dell’inquilino della Casa Bianca hanno già fatto vittime illustri: da Paul Manafort, che si è dovuto allontanare da Trump, a Michael Flynn, anche lui costretto a rinunciare alla carica di consigliere per la sicurezza nazionale. Come anche l’attuale segretario alla Giustizia, Jeff Cadmessus, che ha dovuto rinunciare a partecipare all’inchiesta sul russia-gate.

 

La caccia è iniziata, appunto: gli uomini dell’apparato cercheranno in tutti i modi di stringere in una morsa gli uomini del presidente, mentre questi verranno costretti alla gogna della commissione d’inchiesta, dove ogni loro parola e ogni loro silenzio gli sarà ritorto contro.

 

Ma il cinghialone è lui, Donald Trump, che un imprevisto ha portato sulla poltrona più importante degli Stati Uniti, nonostante tanta parte dell’apparato statunitense (politico, mediatico, di intelligence e militare) abbia provato a fermarlo in ogni modo.

 

Hanno provato a screditare la sua figura, ridotta a una sordida macchietta xenofoba (lui ci ha messo del suo, certo, ma la sua avversaria, Hillary Clinton, non è certo santa Teresa d’Avila).

 

In più, al solito, hanno agitato lo spettro della catastrofe economica in caso di una sua affermazione; usuali fiumi di inchiostro sono stati versati per descrivere tale nefasta eventualità, che è stata puntualmente smentita: con Trump l’economia degli Stati Uniti ha ripreso a respirare e sperare.

 

Non ci sono riusciti a fermarlo allora, ci provano oggi con tutti i mezzi a loro disposizione. Federico Rampini sulla Repubblica di oggi spiega che è ancora presto per immaginare l’inizio di una procedura di impeachment, stante che i repubblicani sarebbero costretti a sostenere il loro presidente anche obtorto collo. E però alcuni repubblicani «hanno interesse a indebolirlo: finalmente smetterebbe di dettare la sua agenda. E sarebbe una rivincita dell’establishement».

 

In realtà Rampini la fa un po’ facile. Quello che è in ballo, come dimostra il tema della contesa, non è tanto l’agenda di Trump, ma se egli sarà libero di fare passi in direzione di un attutimento delle tensioni con Mosca o sarà costretto suo malgrado a convertirsi alla religione anti-russa, sposando i suoi dogmi che vedono in Mosca il male assoluto.

 

Ad oggi il presidente non ha dato seguito a quanto promesso in campagna elettorale, ovvero avviare una nuova stagione di collaborazione con Putin in chiave anti-terrorismo. Il fuoco di sbarramento del russia-gate glielo ha impedito.

 

Ma, allo stesso tempo, Trump ha evitato di lanciare strali contro Mosca, cosa alla quale si era dovuto piegare anche Obama, nonostante anche lui avesse iniziato la sua avventura presidenziale all’insegna del disimpegno militare americano nel mondo in una prospettiva di collaborazione multipolare.

 

Nonostante tutto Trump non ha ancora ceduto. Da qui l’accanimento nei suoi confronti. D’altronde dal ’78 ad oggi la politica del mondo per tanta parte ruota attorno a un unico perno: se la Russia debba essere accettata nel consesso internazionale come un partner degno di credito o se debba essere considerata un avversario da abbattere.

 

Nel ’78 la prospettiva di un appeasement con Mosca, ideata da Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Franco Rodano e Aldo Moro (e assecondata, nei modi e nelle forme possibili a un papa, da Paolo VI), finì con l’assassinio di Moro, schiacciato dalla morsa della Guerra Fredda che accomunava il complesso militare industriale russo a quello americano.

 

Una svolta che portò, nell’89, al crollo della Russia, in realtà iniziato proprio nel ’78. Un crollo inarrestabile nonostante la breve parabola gorbacioviana, quando si era immaginato di poter attuare la prospettiva italiana rovesciandola, ovvero facendola iniziare dal centro piuttosto che dalla periferia.

 

Da allora tale prospettiva ha perso di attualità, dal momento che la Russia è stata per lungo tempo relegata ai margini della geopolitica internazionale. Ma Putin ha riportato la Russia alla ribalta e oggi si ripropone il vecchio dilemma che ha lacerato a suo tempo l’Occidente: se cioè considerarla come un partner o avversarla. In fondo la storia tende spesso a ripetersi. Trump ha vinto le elezioni americane sull’onda della prima prospettiva.

 

Non possiamo paragonare Trump a Moro o ai politici che hanno partecipato della sua visione, ovviamente. Sarebbe paragone scellerato data la consistenza delle figure politiche in questione e il cambiamento epocale da allora avvenuto, nella geopolitica e in altro.

 

E però la prospettiva che egli incarna rispetto all’approccio con Mosca è assimilabile a quella che allora incarnava Moro (partendo da destra e non da sinistra), E in Occidente trova le stesse, feroci, forze ostative.

 

 

 

 

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