16 marzo

Olanda, vince la Paura

Anche in Olanda si è riproposto il duello elettorale che ha caratterizzato negli ultimi anni la politica occidentale: una forza politica populista contro una di sistema.

Ha vinto il sistema, nel caso specifico il partito liberale di Mark Rutte, che ha avuto la meglio sull’antagonista Geert Wilders. Un risultato condizionato anche dalla polemica innescata dal recente incidente diplomatico che ha guadagnato all’Olanda gli accesi strali di Recep Tayyp Erdogan.

Un caso nato quando il governo, guidato dallo stesso Rutte, ha impedito l’atterraggio nel proprio Paese dell’aereo che trasportava il ministro degli Esteri turco, diretto nei Paesi Bassi per un comizio elettorale (a breve si terrà in Turchia un referendum costituzionale).

Un diniego motivato dalla politica repressiva che il governo turco sta attuando dopo il fallito colpo di Stato del luglio scorso. Repressione ad ampio raggio che ha suscitato reazioni in Europa.

Lo scontro diplomatico con la nazione islamica, più che acceso nei toni, sembrava dovesse favorire Wilders, che ha fatto del contenimento dell’islam e del freno ai flussi migratori una bandiera. Invece è accaduto il contrario, compattando l’elettorato sul suo avversario, il quale ha dimostrato agli olandesi di saper tener ferma la barra nonostante l’assertività ottomana.

Ma al di là del caso specifico, va rimarcata la nuova linea di faglia che divide la politica occidentale. Un tempo lo scontro politico aveva come protagonisti partiti più o meno progressisti, dal labour inglese al partito comunista italiano, dai socialisti francesi ai socialdemocratici tedeschi contro quelli considerati più o meno conservatori, dalla democrazia cristiana italia e tedesca ai Tory inglesi.

Oggi è tutt’altro. Da una parte ci sono i partiti che gli avversari hanno bollato con il marchio infamante del populismo, marchio che a quanto pare è indelebile nonostante le diversità di tali movimenti e partiti politici.

L’ampio fronte del populismo, infatti, nella narrativa nuova e accettata vede cumulati il Front national francese e il partito della libertà olandese (quello di Wilders), il movimento Cinque stelle e la Lega italiani, oltre che i partiti di sinistra greci. Stiamo parlando di organismi talmente diversi da risultare anche oppositivi tra loro.

Dall’altra parte, il fronte pro-sistema vede accomunati altrettanti partiti eterogenei, dai socialdemocratici tedeschi ai gollisti francesi (o repubblicaines, come si sono rinominati), come anche destra e sinistra italiani. Anche tali organismi politici, storicamente contrapposti, hanno trovato convergenze sconosciute al campo opposto.

Tale banalissima analisi evidenzia uno dei punti di forza delle forze politiche consegnate o quantomeno organiche all’attuale sistema globalista, ovvero il fatto di poter sommare le proprie forze.

Una circostanza che in diverse circostanze è risultata e risulterà decisiva – come nel caso delle elezioni francesi, dove nel ballottaggio finale potrebbe ripetersi la sommatoria sinistra-destra che già in passato ha determinato la sconfitta del Front national.

Al di là delle diverse combinazioni politiche possibili nella nuova polarizzazione politica, occorre soffermarsi sul dato che il duello populismo-forze di sistema ha preso il posto dello storico antagonismo destra-sinistra.

La sinistra europea, a parte qualche presenza residuale, non esiste semplicemente più. Non solo l’idea della rivoluzione è stata soppiantata dall’idea del rovesciamento del sistema (propria dei cosiddetti populismi), ma anche il riformismo è stato eroso a tal punto da risultare molto meno credibile agli occhi dei suoi elettori storici.

Consegnata alla grande Finanza, e mutati i propri elettori storici, ha lasciato alle forze cosiddette populiste il compito di interloquire con le classi più disagiate, oggi sovraffollate anche per via dell’impoverimento, sia reale che percepito, della classe media.

Il dualismo destra-sinistra aveva, pur nella sua irriducibilità, un limite, laddove la mobilità di alcune forze di destra e di sinistra permetteva di moderare la conflittualità. Lo scontro proprio del dualismo attuale invece non può che essere esistenziale, così che la conflittualità è portata al parossismo, sia a livello alto che basso.

Tale scontro è esistenziale proprio perché a tema è la sopravvivenza stessa di un sistema, la globalizzazione, e, dall’altra parte, quella di interi settori della società, per il quale lo spettro della povertà è esperienza reale.

Uno scontro esistenziale che proprio per tale natura appartiene di buon diritto al suo/nostro tempo, nel quale fondamentalismi di varia natura hanno innescato conflittualità permanenti.

Nel caso specifico, a innescare tale conflitto è il fondamentalismo della Finanza, incapace di porre un limite alla sua azione. Non solo perché accecato dal potere acquisito, ma perché abbattere ciò che ne limita l’azione appartiene alla sua essenza (la de-regulation: nessuna regola, nessun limite).

È una lotta irriducibile, contraddistinta dalla Paura, quella dei cittadini che cercano di abbattere il Moloch che tende a stritolarli e quella che spande a man bassa il Moloch stesso per destabilizzare i suoi antagonisti.

Da questo punto di vista festeggiare la vittoria di Rutte come una vittoria della democrazia contro il populismo è alquanto sciocco (se non strumentale): in Olanda ha vinto la Paura, non la democrazia.

Quest’ultima vincerà solo e soltanto quando la Politica, quella che ha a cuore il bene comune e non quello del sistema (leggi Finanza globale), avrà la meglio sulla Paura.

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