Chiesa

15 marzo 2017

C’era più fede ai tempi dei Borgia

Sì, c’era più fede ai tempi dei Borgia. Questa banalissima constatazione si è appalesata nella mia mente in maniera del tutto istintiva mentre leggevo il profluvio di articoli dedicati al quarto anniversario del Pontificato di Francesco.

 

Una reazione istintiva che, pensandoci un po’ su, avevo scoperto essere legata proprio alla sensazione straniante che suscitava in me l’importanza epocale data all’evento: come se un anniversario papale avesse di per sé un qualche significato per la Chiesa.

 

Certo può essere occasione per una qualche riflessione di riserva, per una qualche preghiera particolare, come può essere occasione per parlare di cose invero poco interessanti, come mi capitava di constatare in diversi articoli dedicati al tema.

 

Quello che suonava distonico era appunto l’importanza capitale che si ascriveva all’attuale Pontificato. Sorte che peraltro accomunava l’attuale ai Pontificati precedenti. Come se davvero il Papa e il Vaticano fossero il centro e il motore della Chiesa del Signore.

 

Ai tempi di papa Borgia, e di altri papi a questi assimilabili, era evidente al popolo cristiano che la fede del mondo non dipendeva da quel che faceva e diceva il Papa o da quel che faceva e diceva la Curia. Perché era chiaro cosa fosse la fede nel Signore, che può conservarsi ed essere feconda anche in tempi di Papi a dir poco inadatti.

 

Non si tratta di sminuire la figura del Papa, vicario di Cristo su questa terra, ma di rimettere le cose al loro posto.

Siamo in un mondo che non solo non ha più la fede, ma non sa nemmeno cosa sia.

 

Un mondo dopo Gesù senza Gesù, come rilevava in maniera insuperabile Peguy. Esemplare per capire questa semplice banalità questo video – cliccare qui -, dove l’intervistatore pone domande ad alcuni frequentatori di discoteca. Più che interessante la risposta alla domanda «quando è nato Gesù»: «che ne so»; «prima di Cristo»; «nell’800»; «nel ‘900»; «nel ’30, anni ’30»…

 

Un mondo dove non esiste più un popolo cristiano, se non come cara memoria storica (che ha pure la sua importanza). Come aveva profetizzato in maniera stupenda Paolo VI già nel 1972 quando, denunciando l’infiltrazione del fumo di Satana all’interno della Chiesa, aveva pure predetto: «Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

 

Per constatare questa banale circostanza basta fare un giro nelle chiese durante le messe dei giorni feriali a rimirare le quattro vecchiette (benedette dal Signore) che partecipano alla celebrazione eucaristica, obbligate peraltro a sorbirsi le omelie più o meno lunghe, più o meno noiose, dei sacerdoti per poter ricevere il Signore (una volta le omelie nei giorni feriali erano vietate).

 

Peraltro al grido angosciato di Paolo VI ha fatto eco in tempi più recenti Benedetto XVI, il quale constatava con dolore come nel tempo attuale in tanta parte del mondo la fede sia come lume che «non trova più alimento».

 

Immaginare che le iniziative di un Papa, fosse esso Ratzinger o Francesco (per citare gli ultimi due), possano rimettere a posto tale catastrofe planetaria è bizzarro quanto umoristico.

 

Proprio tale situazione di «degrado universale», per citare don Luigi Giussani, non può che richiamare ancora di più la Chiesa, dal papa all’ultimo dei fedeli, alla preghiera: alla preghiera che il Signore salvi, nei modi e nelle forme che non appartengono a noi poveri peccatori, questo povero mondo e la sua Chiesa.

 

Già, perché in tale degrado universale, dove «non esiste più niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale», per tornare a citare Giussani (vedi ancora video precedente), «la resurrezione del cristianesimo ha un grande unico strumento. Che cosa? Il miracolo». Dove quell’«unico» è e resta insuperabile.

 

E in genere il Signore ama fare i suoi miracoli non al centro, ma nelle periferie, per citare una locuzione cara a Francesco. Scegliendo chi vuole nel mondo e nella Chiesa. Ciro, il «suo eletto» che pure non lo conosce, o tre bambini portoghesi, come nelle meravigliose vicissitudini di Fatima di cui ricorre il centenario (importa a qualcuno tale ricorrenza, ben più importante di quella papale?).

 

Così, in attesa e nella speranza dei miracoli del Signore, attesa ancor più cara in questo tempo quaresimale, una povera preghiera per Francesco, affinché il Signore ne abbia cura e lo conservi nella fede. È il più grande augurio che si possa fare a un cristiano, come anche a un povero Papa.

 

Nella foto una bella immagine di Francesco che prega in una favela brasiliana

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