Come in cielo

13 marzo 2017

Per la Quaresima

In occasione della Quaresima pubblichiamo due brani tratti da una meditazione che don Giacomo Tantardini ha tenuto presso la Basilica di Sant’Antonio da Padova l’11 aprile del 2006.

 

«E allora quando il giovane ricco triste – triste come l’infelix del canto di prima su Giuda – si allontana, Gesù dice che è più facile a un cammello entrare nella cruna di un ago che non per un ricco entrare nel regno dei cieli. Allora i discepoli domandano: «Ma se è così, chi può salvarsi?» E Gesù guardandoli – guardandoli! – dice: «All’uomo ciò è impossibile, a Dio tutto è possibile». Se Giovanni era lì, se Giacomo era lì, se Pietro era lì, se quelli lo seguivano, voleva dire che a Dio era possibile. Lui, il Figlio di Dio, Dio da Dio, Luce da Luce, come uomo, guardandoli, da questa esperienza imparava che a Dio tutto è possibile.

 

Guardando quei poveretti che gli volevano bene, lui imparava come uomo. Dalla sua esperienza di uomo imparava quello che come Dio da sempre era, imparava che a Dio tutto è possibile. E così quella sera, guardandoli, ha ripetuto la cosa più evidente che c’è e la cosa che conforta di più: sembra che non possa confortare ed invece è il conforto più grande. Guardandoli, quella sera del Giovedì Santo ha ripetuto: «Voi senza di me non potete far niente».

 

È il conforto più grande che Gesù dà, guardando quei poveretti che gli volevano bene. Alcuni giorni prima Tommaso aveva detto: «Andiamo con lui a morire». E quella sera stessa nella sua presunzione da bambino, una presunzione buona, Pietro gli dirà, perché gli voleva bene: «Anche se tutti ti tradiscono, io non ti tradirò». Ebbene, guardando quei poveretti che gli volevano bene, disse: «Voi senza di me non potete far niente».

 

Pietro dopo alcune ore, quella notte, si è accorto per esperienza che senza di lui, senza la sua presenza, senza la sua vicinanza, senza il suo sguardo, senza che lui l’abbracciasse, non ha potuto far niente. Anzi, ha potuto tradirlo, ha potuto fare quello che senza di lui possiamo fare: senza di lui possiamo essere poveri peccatori.

 

E così a questa iniziativa che sempre previene, che sempre precede, corrisponde la nostra iniziativa. La nostra iniziativa è un lasciarsi voler bene, la nostra iniziativa è la domanda che ci voglia bene: questa è la libertà dell’uomo. La libertà dell’uomo è la domanda di questo abbraccio, la domanda di essere voluto bene così. La libertà dell’uomo è la domanda, la mendicanza di essere amati così, di essere guardati così. La libertà dell’uomo, l’iniziativa dell’uomo è tutta in questa domanda, in questa mendicanza che Gesù ci voglia bene, in questa mendicanza di predilezione, di essere voluti bene.

 

[…] Sabato pomeriggio durante la Messa ho letto le letture della Passione di Marco e le ultime parole di Gesù sulla croce mi hanno colpito ancora una volta: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Mi è venuta in mente una delle frasi di Gesù più belle, che più confortano, quando Gesù nel Vangelo di Giovanni dice: «Il Figlio senza il Padre non può fare niente», il Figlio da sé non può fare niente.

 

Gesù sulla croce, Gesù quando ha detto: «Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?», Gesù nella sua umanità ha fatto esperienza che l’uomo non si può dare la speranza, neppure la speranza che è l’inizio della vita. Il Figlio da sé non può fare niente. Gesù ha fatto umanamente esperienza di questo, che la speranza la dona il Padre, che la speranza non ce la possiamo dare; anche l’iniziale desiderio non ce lo possiamo dare.

 

«Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?». «Imparò l’ubbidienza», dice la lettera agli Ebrei, cioè imparò ad essere figlio. Nella sua umanità «imparò l’obbedienza da ciò che patì». Imparò sulla croce che non si poteva dare neppure la speranza, che la speranza gliela poteva dare il Padre, come un bambino piccolo.

 

Come è bella l’immagine di santa Teresa di Gesù bambino quando, parlando del Figlio sulla croce, dice che anche sulla croce è rimasto il bambino piccolo del Padre, anzi sulla croce ha imparato fino in fondo, nella sua umanità, che lui da sé non poteva fare niente, che anche la speranza in quel momento gliela poteva donare solo il Padre.

 

E così passo all’ultima cosa che volevo dire. Al peccato, ai nostri poveri peccati mortali che fanno perdere la vita all’anima, che rendono morto il cuore, che fanno perdere quell’abbraccio che è la vita all’anima, ai nostri poveri peccati mortali non rispondiamo noi. Il peccato rende schiavi del peccato. I nostri peccati, lasciati a noi stessi, conducono solo a dei vizi: il vizio è la ripetizione abituale del peccato.

 

Non rispondiamo noi, come Pietro quando lo ha tradito se Gesù non l’avesse guardato: «E Gesù guardò Pietro e Pietro scoppiò in lacrime». I nostri peccati ci lascerebbero nell’inferno, nell’inferno da meritare e anche nell’inferno già sulla terra, se il Signore non guardasse, se non riprendesse lui l’iniziativa di riguardarci.

 

Come diceva il vangelo di Marco: «E Pietro si ricordò di quello che gli aveva detto Gesù». Pietro si ricordò com’era infinitamente più bello quello sguardo, com’era infinitamente più bella quella parola, com’era infinitamente più bella la presenza di Gesù, com’era infinitamente più dolce quella presenza, com’era imparagonabile quell’abbraccio, l’abbraccio di quello sguardo, di quella dolcezza, l’abbraccio di quelle parole.

 

Lo stesso avviene quando Gesù gli ha detto: «Prima che il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Non lo voleva condannare! Si è accorto di quanta misericordia quelle parole contenevano. Quella misericordia era più bella del suo tradimento. Così, come il figliol prodigo, si è ricordato che quella casa era più bella del suo fuggire, che quella casa era più bella dello sperperare i soldi con le prostitute, che quella casa era più cara dei suoi poveri peccati.

 

Si ritorna al Signore per l’iniziativa del Signore, si ritorna al Signore dall’inferno dei nostri peccati perché quello sguardo è più attraente, perché la memoria di quella dolcezza è prevalente, prevale sulle attrattive del diavolo, sulle attrattive dei desideri cattivi, perché prevale la sua grazia.

 

E allora, e così concludo, vi voglio ridire quello che è stata per me la scoperta del giorno di Tutti i Santi, quando sono andato a leggere il vangelo delle Beatitudini. Dopo aver letto quel vangelo, è stata una scoperta semplice, un suggerimento buono, un’ispirazione buona: ci sono, le ispirazioni buone, e sono buone quando coincidono con la dottrina della fede.

 

L’ispirazione buona era questa: se ci si confessa bene, si diventa santi. È stato chiarissimo: se ci si confessa bene si diventa santi. Non c’è altra strada. Se ci si confessa bene così come il Signore ha stabilito, così come santa madre Chiesa ha determinato, si diventa santi. Se ci si confessa bene così come la Chiesa dice, con sincerità, dicendo sinceramente tutti i peccati mortali con l’umiltà del poveretto che mendica, si diventa santi

 

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