9 marzo

Convergenze parallele per la Siria

«I Marines americani sono arrivati nel Nord della Siria per partecipare all’attacco finale a Raqqa, capitale del Califfato, nelle “prossime settimane”. Il dispiegamento è stato confermato a media statunitensi da ufficiali voluti rimanere anonimi. Il Corpo dei Marines non ha voluto commentare, per ragioni diplomatiche, e non ha voluto rivelare l’esatta dislocazione delle forze». Inizia così un articolo di Albero Stabile per la Stampa del 9 marzo che riferisce indiscrezioni riprese dai giornali americani.

La notizia è confermata anche da Russia Today dello stesso giorno, che rammenta come truppe americane fossero già state segnalate anche a Mambj, città nella quale si è appena conclusa un’insolita battaglia.

Mambj era da tempo preda dell’Isis ed era stata presa di mira dall’esercito turco, entrato in Siria per “liberare” dai terroristi del califfato e dai curdi (del Pkk e del Pyd, rispettivamente partito comunista e democratico curdo) la zona a Est dell’Eufrate.

Ma Mambj costituiva un obiettivo strategico anche per i curdi, alleati con gli americani, nonché per le forze di Damasco, sostenute a loro volta dalla Russia. Così sulla città si è svolta una triplice convergenza che ne ha ottenuto la liberazione, ma ha prodotto un pericoloso contatto tra turchi, siriani e curdi, che ha chiamato in causa ovviamente anche i potenti protettori degli ultimi due.

È finita con un accordo generale: alti ufficiali russi, americani e turchi si sono incontrati, per la prima volta dall’inizio del conflitto, ad Antalya per evitare pericolosi incidenti. Di fatto il primo esplicito coordinamento anti-terrorismo registrato dall’inizio della guerra siriana (sottotraccia si erano già verificati).

Un segnale importante, che sembra dare indicazioni anche per quanto riguarda la battaglia finale contro l’Isis che si svolgerà a Raqqa, la città che lo strano Califfo del Terrore ha eretto a capitale del suo improbabile quanto sanguinario Stato islamista.

Se la presenza di marines in Siria non ha suscitato reazioni da parte di Damasco, che vede violati illegittimamente i suoi confini, e di Mosca, vuol dire che c’è un accordo alto sul punto.

Ovviamente, come già avvenuto a Mambj e altrove, le forze americane saranno solo di supporto alle truppe curde (lo SDF, forze democratiche curde) e alla Syrian arab coalition, milizia jihadista locale affiliata agli Stati Uniti.

A Raqqa, dopo la presa di Mambj, stanno convergendo anche le truppe siriane supportate dai russi. Insomma, è possibile che la roccaforte dell’Isis veda dispiegarsi un’azione parallela e coordinata tra Russia e Stati Uniti. Si realizzerebbe quindi quella convergenza parallela tra Mosca e Washington in funzione anti-terrorismo a lungo negletta negli anni passati.

Tale impossibile convergenza è di certo dovuta alla nuova amministrazione americana. Non solo Trump: evidentemente anche i militari da lui prescelti, dal ministro della Difesa, generale James Mattis, al consigliere per la Sicurezza nazionale, generale Herbert McMaster, condividono tale strategia (o forse ne sono ispiratori).

Una vera e propria svolta. Che viaggia in parallelo ad un’altra svolta, stavolta a livello locale, dove si assiste a un coordinamento tra curdi e siriani. Esemplare in tal senso quanto avvenuto a Mambj dove, dopo la cacciata dell’Isis, siriani e americani hanno fatto da scudo ai curdi impedendo ai turchi di attaccarli (per Ankara sono organizzazioni terroriste).

Tale coordinamento, in particolare quello tra siriani e curdi (che pare debba allargarsi), indica che i curdi siriani sembrano tacitamente accettare la leadership di Damasco, rinunciando al sogno di un Kurdistan indipendente: se lo Stato curdo si farà, sarà solo in Iraq. Un’opzione peraltro apprezzata anche ad Ankara.

E che avrebbe la benedizione di Mosca, la quale ha più volte chiesto che i curdi fossero parte dei negoziati sulla Siria, cosa impedita dalla Turchia.

Un eventuale accordo tra curdi e siriani ha anche conseguenze di prospettiva. Ad oggi sono due le opzioni in campo sul futuro della Siria: o la ricomposizione dell’integrità territoriale pregressa, o la divisione del Paese in tre Stati: parte agli alawiti, parte ai curdi e parte ai sunniti.

Un accordo tra curdi e Damasco favorisce ovviamente la prima opzione. Ancora presto per prevedere gli sviluppi della situazione, ma quanto sta avvenendo nel ristretto ambito del teatro di guerra sembra prospettare l’inizio di un cammino per un accordo globale sull’annoso conflitto.

D’altronde se è vero che l’ennesima Conferenza di Ginevra dedicata alla crisi siriana non sembra aver ancora prodotto risultati concreti in tal senso, ha però registrato un risultato finora sempre sfuggito: nessuno è riuscito a far saltare il tavolo dei negoziati mandando in fumo le trattative.

Segnali incoraggianti per la Siria e per il mondo, nonostante forte soffi il vento delle forze ostative.

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