Mondo

7 marzo 2017

L’indipendenza del Kurdistan iracheno

«La decisione è stata presa. Il Kurdistan marcia spedito verso l’indipendenza. Al palazzo presidenziale di Salahuddin è pronta una tesi per convincere la comunità internazionale e una road map per arrivare alla divisione dell’Iraq senza scatenare un’altra guerra civile, attraverso uno scambio fra la condivisione delle risorse naturali, il petrolio, e l’accettazione dell’autodeterminazione dei curdi da parte degli arabi». Inizia così un articolo di Alberto Stabile pubblicato sulla Stampa del 6 febbraio nel quale si spiega che ormai il Kurdistan iracheno, finora provincia autonoma, reclama la propria indipendenza.

 

Secondo l’articolo, sarebbe una sorta di Stato cuscinetto tra sciiti e sunniti che si fanno guerra in Medio Oriente. Da qui una sua asserita funzione stabilizzatrice. L’Iraq perderebbe parte del suo territorio nazionale, ma il nuovo Kurdistan sarebbe pronto a «condividere» le risorse petrolifere, in particolare con i «sunniti» iracheni.

 

Interessante la conclusione dell’articolo: «C’è stato un momento in cui il Kurdistan siriano, il Rojava, poteva diventare come quello iracheno, ma quell’occasione “è stata distrutta dallo Ypg” [partito democratico curdo ndr.]. A questo punto meglio sostenere la Turchia nella corsa a Raqqa. Un’altra offerta, in fondo: indipendenza del Kurdistan iracheno, Kurdistan siriano nell’orbita di Ankara, magari con una “forza panaraba” a tutelare gli arabo-sunniti di Raqqa».

 

Nota a margine. Argomento più che serio quello dell’indipendenza del Kurdistan iracheno, aspirazione ribadita da Mas’ud Barzani, attuale presidente di tale regione, in un’intervista che affianca l’articolo di Stabile.

 

Un’aspirazione che ha basi solide dal momento che gode dell’appoggio di Recep Tayyp Erdogan e quello più o meno tacito del governo di Israele. Ma che è vista come il fumo negli occhi dall’Iraq, che vede violata la sua integrità territoriale (esito infausto dell’intervento americano in loco), quanto da Damasco, che vede tale progetto favorire le pretese territoriali turche sul proprio territorio nazionale.

 

L’asserita portata stabilizzatrice dell’iniziativa va insomma di pari passo a una spinta disgregatrice riguardo due diversi Paesi, Siria e Iraq appunto. E asseconda aspirazioni turche sulla Siria invero indebite, tanto che sono una delle cause dell’attuale conflitto siriano.

 

Peraltro tali aspirazioni andrebbero assecondate a spese di altri curdi, colpevoli di avere altre ideologie politiche rispetto a quelle dei loro omologhi iracheni (si tratta dei curdi del Pyd e del Pkk, che sono di “sinistra”). È il caso di richiamare la massima “fratelli coltelli”. 

 

E però se Barzani ha voluto manifestare apertamente la sua atavica aspirazione è perché sa che i tempi possono favorire tale soluzione. 

 

Non sappiamo quanto tale iniziativa sia foriera di asserite spinte stabilizzatrici, stante che nasce da un processo disgregativo. Vedremo quante convergenze internazionali incontrerà.

 

Certo è che tale aspirazione non può avere una risposta se non nel quadro di una trattativa globale sull’intera area, preda di una destabilizzazione organizzata. 

 

Ps. Non si capisce l’esigenza di stanziare una forza arabo-sunnita a difesa di Raqqa, attuale capitale dell’Isis. La presenza sunnita in quella città, per quanto nella sua versione più perversa, non ha portato molta fortuna al mondo. Forse sarebbe il caso di non replicare. 

 

Nella foto: peshmerga curdi

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