1 marzo

Keith Haring

A Milano si è appena aperta, a Palazzo Reale, una mostra di Keith Haring: fa una certa sensazione vedere le sale, in genere frequentate da un pubblico “colto” e tendenzialmente con i capelli bianchi, piene invece di ragazzini che guardano con molta attenzione e quasi con devozione un artista che evidentemente dice molto ai loro occhi.

 

Haring sotto un certo profilo anticipa il linguaggio sintetico degli “emoticon”: non perché sia standardizzato, ma perché la sua è una comunicazione diretta e senza ambiguità. Dalla sua ha una capacità sintetica che lo rende in grado di essere semplice senza banalizzare.

 

Il suo è uno stile a pittogrammi piatti, visivamente senza profondità. Lavora su forme semplici e su segni forti che compone con grande destrezza e leggerezza.

 

Sembra un giocoliere visivo, capace di ogni acrobazia: nelle sue opere infatti gli incastri più improbabili funzionano sempre, come tessere di un puzzle immaginato dalla fantasia di un poeta bambino. Tutto si compone ogni volta come per magia. Ma dentro questo comporsi spesso affiorano segni che sono echi di ferite non rimarginate.

Nelle linee in apparenza sempre così fluide si aprono varchi, quasi dei vuoti, imprevisti.

 

Tra le opere esposte c’è questa piccola tavola dipinta con il nero d’inchiostro, realizzata il 10 gennaio 1982, e lasciata senza titolo, come quasi sempre gli accade, da Keith Haring (questo è il suo pensiero: il titolo indirizzerebbe verso un significato, che sarebbe comunque riduttivo e arbitrario. Quindi meglio farne a meno…).

 

Il formato orizzontale e il disporsi dei segni suggeriscono palesemente l’idea di una stazione per una Via Crucis. È assai probabile che questo non sia stato il pensiero di Haring, ma che piuttosto sia il frutto di un processo automatico grazie al quale i segni ad un certo punto si addensano di echi non preventivati.

 

La tavoletta è bella, anche in virtù di quel giallo sullo sfondo squillante, sincero e molto pop. Su quello sfondo l’inchiostro nero e spesso disegna un uomo con una croce che Haring immagina radiosa. Alle sue spalle invece un’altra persona si piega all’indietro, trapassata da una grande spada.

 

Sono pittogrammi, attraverso i quali sembra prender voce una storia taciuta o rimasta muta. Haring ci dà solo indizi che fanno intuire come la questione sia seria ma non decifrabile secondo schemi del passato.

 

In fondo anche Haring vive la stessa afasia dei ragazzi che, ammirati e silenziosi, riempiono le sale di Palazzo Reale. Loro hanno idiosincrasia alla retorica della profondità, per questo si riconoscono in lui.

 

Sono unidimensionali, ma davanti alle opere di Haring scoprono come l’elementarità di un segno che sta in superficie sia in grado di dar voce a quell’inquietudine senza nome che attraversa le loro vite. E che l’inquietudine può anche trovare un compagno di strada (che sia Haring, o che sia l’uomo con la croce radiosa).

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