Postille

24 febbraio 2017

La guerra a Trump

«La democrazia muore nell’oscurità»: è questo il proclama di guerra del Washington Post al presidente americano. Ne dà notizia Vittorio Zucconi sulla Repubblica del 23 febbraio, in un articolo che dettaglia sulle possibilità di un prossimo Watergate per Trump.

 

Non è solo il Washington Post ad aver dichiarato guerra a Trump. In un articolo per il New York Times, scrive sul Corriere della Sera di oggi Sergio Romano, Nicholas Kristof ha riportato un’indagine recente secondo la quale il 46% degli americani vorrebbe che il presidente cadesse vittima di un impeachment. Tema invero irrituale per un sondaggio riguardante un presidente appena eletto.

 

Non solo, sempre secondo Romano, in tanti starebbero studiando l’emendamento della Costituzione «sulle cause d’interruzione del mandato presidenziale», che sono tante e lasciate alla fantasia dei vari ed eventuali congiurati.

 

Insomma, l’elezione di Trump ha generato un moto di resistenza da parte dei poteri forti, dei media, dello Stato profondo (che controlla gli apparati di sicurezza e militari, i quali hanno determinato le dimissioni del suo braccio destro, generale Flynn), della Silicon Valley e altri padroni del vapore. Una forza di contrasto che si è saldata con movimenti e pulsioni popolari e populiste anti-trumpiane (peraltro alcuni spontanei, altri alimentati a loro volta dai suddetti poteri).

 

Cose note, come noto è che la “resistenza” ha già avuto i suoi successi. Il più importante dei quali è stato quello di far fallire, o rendere più che ardua, l’ipotesi di un accordo globale con la Russia, punto centrale del programma trumpiano.

 

Ad oggi siamo tornati alla Guerra Fredda propria dell’ultimo periodo dell’amministrazione Obama: un confronto tra Russia e Stati Uniti a tutto campo, che però è privo della spinta ideologico-esoterica che gli voleva imprimere la Clinton, che implicava anche l’opzione nucleare.

 

Un’opposizione dura, quella contro Trump, che sta alimentando un clima di odio che potrebbe armare la mano di qualche killer, come successo altre volte in America.

 

Un clima di tensione che lo stesso Trump sta alimentando, dal momento che, coartate le spinte alte del suo programma, ovvero l’accordo con la Russia contro il Terrore e il ritorno al Protezionismo per tutelare gli esclusi della globalizzazione, il suo slancio rivoluzionario rischia di ridursi a un coacervo di contraddizioni e di pulsioni di difficile gestione.

 

In particolare la sua natura istrionica e il carattere narciso, unita all’elemento razzista di parte estrema del suo elettorato (pure sempre presente nella destra americana), è usato dai suoi avversari come un maglio.

 

È una lotta all’ultimo sangue, nel senso letterale della parola. Che sta squassando il cuore dell’Impero e che avrà ripercussioni su scala globale.

 

Ad oggi Trump appare più che ridimensionato, essendo il suo spazio di manovra limitato a provvedimenti di facciata, che non toccano il potere reale (vedi l’inutile quanto funesto muro con il Messico). E però, il fatto che egli si muova in un orizzonte pragmatico, ovvero a seconda delle convenienze e dei rapporti di forza del momento, relativizza i suoi cedimenti di oggi, che potrebbero essere ribaltati domani a seconda delle circostanze.

 

Tale tratto pragmatico, peraltro, è un fattore di distinzione e di contrapposizione rispetto ai suoi avversari, che hanno nelle compulsioni ideologiche e religiose il loro tratto distintivo.

 

Come dimostra la mission del Washington Post indicata all’inizio del nostro articolo, che pone una normale, e bieca, lotta politica nell’ambito di un più ampio conflitto tra le forze della luce e quelle delle tenebre.

 

Parte della battaglia politica attuale si gioca a questo livello: nel post 11 settembre gli Stati Uniti sono stati sequestrati dalla dottrina religiosa-esoterica dei neocon. E consegnati alle guerre conseguenti.

 

Di seguito, la Casa Bianca è stata appannaggio della dottrina palingenetica dell’uomo nuovo che avrebbe dovuto riportare il mondo e l’America alla pace (da qui il relativo premio Nobel preventivo di Obama).

 

Una dottrina ambigua e confusa, stante anche i forti fattori ostativi, che ha portato altri disastri. Si pensi, ad esempio, allo storico discorso di Obama al Cairo: immaginato per chiudere lo scontro di civiltà, invece ha dato avvio alla cosiddetta Primavera araba e all’immane destabilizzazione conseguente.

 

Trump è quel che si vede. Non è un bel vedere forse, ma se non altro, almeno fino a oggi, la sua amministrazione non è impregnata da ideologie più o meno esoteriche o da dottrine più o meno preventive.

 

Se, incalzato da destra e da sinistra, da stampa e poteri più o meno occulti, da populismi anti-populisti, da repubblicani e democratici Trump dovesse abbandonare il suo pragmatismo per consegnarsi alla dottrina neocon (questo il più probabile sbocco di tale pressione concentrica), il mondo conoscerebbe disastri ben peggiori di quelli paventati oggi dai suoi attuali avversari (in buona fede).

 

Sul punto si può solo sperare, confidando anche sul fatto che, seppur isolato, Trump è meno solo di quanto appaia.