21 febbraio

Trump e l’ideologia neocon

Trump con Herbert McMaster

L’elezione di Trump aveva fatto sperare nell’inizio di un dialogo tra Stati Uniti e Russia. Purtroppo non è andata così e con le dimissioni forzate del generale Flynn, considerato il più filorusso degli uomini del presidente, sembra che l’idillio annunciato sia finito prima ancora di iniziare.

In un interessante articolo apparso sul Corriere della Sera del 19 febbraio, Paolo Valentino dà spazio al parere contrario di Dmitrij Suslov, vice direttore del Center for comprehensive european and International Studies della Scuola superiore di economia di Mosca.

Per l’analista russo, in realtà, qualcosa nel rapporto tra le due superpotenze è cambiato nonostante tutto, come indica peraltro l’incontro a Baku tra i due capi di Stato Maggiore: «era dal 2014 che i vertici militari dei due Paesi avevano sospeso ogni contatto», precisa infatti Valentino.

«La verità è che l’arrivo stesso di Trump alla Casa Bianca è un game changer – spiega Suslov – Voglio dire che il peggio è già alle nostre spalle. Il regime change non appare più nel vocabolario degli americani e il per il momento il containement della Russia non sembra più prioritario. Certo nel medio e lungo periodo non possiamo dire se Trump dovrà misurarsi con una crisi interna e se l’America tornerà a una politica estera ideologica».

Nota a margine. Abbiamo riportato questa interessante analisi che Suslov ha consegnato a Paolo Valentino proprio perché la nomina del sostituto di Flynn alla carica di consigliere della sicurezza nazionale nella persona di Herbert McMaster – perché frutto di un compromesso tra falchi e colombe – conferma questa lettura. 

Trump non può attuare quella politica di dialogo con Mosca che aveva immaginato e apertamente propugnato durante la campagna elettorale, dal momento che proprio su possibili indebite connivenze tra il suo staff e Mosca si concentra lo scontro con i suoi oppositori di destra e di sinistra.

E però la sua vittoria ha conseguito un immane risultato: è stata tolta dal tavolo delle possibilità, almeno al presente, l’opzione apocalisse, quello scontro globale con la Russia che alcuni ambiti vagheggiavano di attuare con l’avvento della Clinton al potere.

Altro risultato è che il confronto con la Russia, che l’attuale amministrazione ha ereditato da quella precedente (e non può al momento frenare), è portato avanti in una forma non ideologica, come nota Suslov, ma nell’ambito dei normali rapporti di forza. 

Quando vinse Trump tanti uomini di buona volontà avevano immaginato potesse essere ribaltato il rapporto tra Mosca e Washington. Nel nostro piccolo avevamo immaginato potesse portare un attutimento delle tensioni in atto. E così è stato.

Se l’America andrà avanti con tale disposizione è possibile che prima o poi si giunga al passo successivo, ovvero un più o meno tacito coordinamento nella lotta contro il Terrore, cosa che comporterebbe necessariamente anche una qualche forma di dialogo per stabilizzare le aree critiche che alimentano la destabilizzazione e il Terrore globale.

La partita è aperta e gli oppositori di questa evoluzione virtuosa della geopolitica internazionale possono godere oltre che della Forza quasi illimitata di cui dispongono, della simpatia di un vasto mondo anti-trumpiano.

Un movimento di massa vero e proprio che non può essere liquidato come frutto dell’opera occulta e dei finanziamenti dell’Open society di Soros, che pure sono evidenti.

Trump, semplice presentatore prestato alla politica, è evidentemente inadeguato al ruolo e desta preoccupazione. Inoltre attorno a lui è stata creata una fascia di contenimento tesa a fargli mancare la terra sotto i piedi.

Scopo evidente di tale manovra avvolgente è quello di farne un nuovo George W. Bush, pronto a lanciare l’America in un terribile confronto globale o, in alternativa, costringerlo alle dimissioni (Bernard Hénry Levy gli ha dato un anno di vita).

Anche se non può escludersi che il clima di odio che sta salendo armi la mano di qualche assassinio più o meno solitario.

Comunque ad oggi, nonostante tutti i condizionamenti e i contrasti, Trump barcolla ma tiene. Segno che tanto isolato non è. Già, perché il suo destino potrà essere determinato da suoi eventuali errori, che non mancheranno. Ma in realtà la sua tenuta o meno sembra destinata a giocarsi su altri tavoli: su quelli internazionali, ovvio, ma soprattutto sull’esito dello scontro in atto tra i neoconservatori e i loro oppositori, che hanno dato vita a un conflitto che sta squassando l’America.

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