20 febbraio

Trump, Netanyahu e la questione palestinese

L’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu della scorsa settimana è stato di importanza geopolitica rilevante. C’è chi ha scomodato, al riguardo, il connubio tra George W. Bush e Ariel Sharon, che fu asse portante della politica americana di quella amministrazione.

E ciò perché al termine dell’incontro il presidente americano ha confutato pubblicamente la formula due popoli-due Stati, in riferimento alla questione palestinese, sdoganando l’opzione “un solo Stato” per due popoli, cara alla destra israeliana.

Trump, insomma, avrebbe ceduto alle richieste del suo visitatore, dal quale aveva ricevuto un aiuto decisivo durante la campagna elettorale, dal momento che Bibi sapeva che la Clinton si sarebbe adoperata per farlo sostituire da un liberal (come già fece il marito con Ehud Barak).

Così Trump non ha potuto negare al suo interlocutore una dichiarazione in aperta contraddizione con gli accordi di Oslo dei quali gli Stati Uniti si erano finora fatti garanti (i quali prevedevano appunto la formula dei due Stati).

Le dichiarazioni di Trump hanno destato allarme internazionale, dal momento che sembravano chiudere ogni finestra di opportunità alla nascita di uno Stato palestinese.

In realtà tale svolta va contestualizzata. Anzitutto occorre tenere presente che la reazione internazionale alle affermazioni di Trump, concretizzatesi peraltro in una nota congiunta del presidente della Lega araba e del Segretario generale dell’Onu, hanno innescato una parziale marcia indietro dell’amministrazione americana.

Il giorno dopo, infatti, l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley ha spiegato che gli Stati Uniti restano fedeli alla formula dei due Stati, ma ricercheranno soluzioni fuori dagli schemi sinora attuati.

Una correzione che peraltro rispecchia quanto sta accadendo all’interno della comunità ebraica.

Come noto, la sinistra e parte della sicurezza e dell’apparato militare israeliano insistono sulla formula dei due Stati perché l’alternativa, ovvero uno Stato binazionale, a loro parere comporterebbe necessariamente due opzioni distinte: da una parte, l’integrazione tra ebrei e palestinesi, cosa che darebbe vita a un meticciato che eliminerebbe il carattere ebraico dello Stato; dall’altra, una convivenza forzosa, dove la salvaguardia del carattere ebraico dello Stato sarebbe conseguita negando ai palestinesi alcuni dei diritti concessi ai loro connazionali ebrei.

Da qui l’allarme di tanto mondo ebraico, che reputa che tale eventualità crei dei cittadini di serie A e altri di serie B. Il rischio di creare uno Stato di “apartheid”, come ripete Grossman, è alto.

In realtà i sostenitori della formula dei due Stati faticano ad alimentare la loro speranza. Tanto che alcuni di loro iniziano a ragionare sull’idea di uno Stato binazionale  che però eviti discriminazioni ai cittadini palestinesi.

Dall’altra parte, nella destra trionfante, la soluzione “un solo Stato” trova declinazioni più diverse e divisive. Si va da opzioni più che moderate, ad esempio quella incarnata dal Presidente della Repubblica Reuven Rivlin, a quelle più estreme che ruotano attorno all’idea che la Grande Israele non possa concedere spazio alla presenza palestinese.

Netanyahu ha sempre navigato in questo mare in tempesta che è la politica israeliana con ambiguità e pragmatismo. Nelle sedi ufficiali ha sempre parlato di due Stati, ma in realtà ne vuole uno.

E però oggi si trova in una situazione precaria: la sinistra e il mondo lo incalzano sui due Stati, ma in realtà quello che lo preoccupa di più è ciò che accade alla sua destra.

A impensierirlo, infatti, è l’astro nascente della politica israeliana, Naftali Bennet, che ha salutato la vittoria di Trump come «un’opportunità per Israele di ritrattare immediatamente l’idea di uno Stato palestinese al centro del nostro Paese».

Per questo Netanyahu ha capitalizzato l’incontro con Trump: la sua apparizione accanto al presidente degli Stati Uniti gli ha restituito un’immagine vincente agli occhi della destra ebraica, dal momento che è apparso come colui che ha sconfitto il più influente propugnatore della soluzione dei due Stati, Obama.

Non solo, se la dichiarazione di Trump sulla possibile soluzione del conflitto attraverso la formula “Uno stato – due popoli” consacra Netanyahu come il leader che può finalmente soddisfare le aspirazioni della destra israeliana, la correzione di tiro successiva dell’ambasciatrice all’Onu (due popoli-due Stati ma senza schematismi del passato) sembra tesa a indicare in Bibi l’unica figura in grado di riuscire nell’impossibile: coniugare la soluzione dei due Stati con quella di assicurare prosperità e sicurezza durature a Israele.

Potendo godere dell’appoggio di Trump, Netanyahu sembra intenzionato a porre la questione palestinese nell’ambito di un più ampio negoziato con l’islam sunnita,  mai come oggi interessato a trovare accordi con Tel Aviv, da utilizzare in chiave di contenimento dell’influenza dell’Iran e del mondo sciita in generale.

Un ambito sunnita che potrebbe fare da garante su eventuali accordi tra israeliani e palestinesi, tenendo presente che i regnanti sunniti non potrebbero far digerire ai propri concittadini un accordo qualsiasi, ma solo un patto che tenga presente in qualche modo i diritti dei palestinesi.

Quella che abbiamo delineato è solo una possibilità, ma se Netanyahu ha preteso dal suo interlocutore quella dichiarazione controversa riguardo la vicenda israelo-palestinese è perché immagina che su tale questione possa far qualcosa di significativo.

Anche perché può godere dell’appoggio di Trump che, incalzato da destra e sinistra, ha a sua volta bisogno del puntello del leader israeliano.

Certo, tutto è ancora aleatorio e Netanyahu deve ancora decidere se e come muoversi nel concreto (è uomo di prassi non di visioni), data la complessità del quadro politico israeliano che ormai, dopo decenni di dominio incontrastato, non governa più come prima. Peraltro pesa sulle sue intenzioni il precedente di Sharon, al quale non portò bene il passaggio da superfalco a pragmatico.

E soprattutto il quadro delineato vede la posizione negoziale palestinese più che debole, potendo contare in realtà solo sull’appoggio della comunità internazionale, peraltro lontano e generico. Se davvero Netanyahu e Trump si adopereranno per la pace con i palestinesi, il rischio che ne esca fuori un cattivo accordo (comunque meglio del nulla attuale) è alto.

L’unico attore in grado di rafforzare la posizione negoziale palestinese sarebbe la Russia, tornata a esercitare la sua influenza in Medio Oriente. Netanyahu è stato il primo a riconoscere il nuovo ruolo di Putin in quell’angolo di mondo, andando a visitarlo in un momento di isolamento internazionale.

Putin ha sempre sostenuto le ragioni dei due Stati. Ma perché la sua voce abbia una qualche influenza nella partita, dovrebbe innescarsi una triangolazione con Trump e Netanyahu. Tanto mondo occidentale che a parole preme per la soluzione dei due Stati sta facendo di tutto perché Putin venga isolato, rendendo ancora più difficile tale triangolazione.

Impossibile prevedere come evolverà la situazione, date le tante variabili in campo. L’unica cosa certa, però, è che se una soluzione potrà mai darsi su tale controversia, almeno nell’immediato futuro, essa passerà attraverso il pragmatismo.

Purtroppo il tempo delle visioni alte sembra essersi concluso con l’assassinio di Rabin. Omicidio politico perfettamente riuscito nel suo scopo, come scrisse un grande giornalista israeliano in occasione di un anniversario della sua morte.

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