14 febbraio

Paola Marzoli, Getzemani

Nella Bibbia è stato calcolato che per 270 volte si parla della pianta dell’ulivo: solo la vite ricorre con maggior frequenza. L’ulivo è una pianta di casa in Palestina, con quella sua capacità di attraversare il tempo e quasi di avvitarsi alla terra.

 

È una pianta che disegna in profondità il paesaggio, restituendone non solo l’aspetto fisico ma l’anima. All’ulivo sono legati alcuni episodi della vita di Gesù, e in particolare la preghiera in quell’orto di Gerusalemme, dove poi sarebbero arrivati i soldati guidati da Giuda per arrestarlo.

 

Ed è in quel posto preciso che Paola Marzoli, durante i suoi viaggi in Palestina, ha scattato una serie di foto che poi, con fedeltà e pazienza ha tradotto in grandi quadri, come ad esempio questo. Il titolo non a caso è Getzemani. Il fitto tessuto di foglie e di rami è stato ricostruito come se l’artista avesse voluto prendere l’impronta di quel luogo.

 

Quindi non siamo davanti ad un soggetto generico, ma siamo in un contesto assolutamente specifico e preciso. È un tessuto fitto di rami e di foglie nel quale si aprono pochi varchi, come se gli ulivi stessero lì, a protezione amorevole di una memoria.

 

Un altro aspetto che colpisce è la luce intensa che accende in particolare il dorso delle foglie. Non è dunque notte, come nell’episodio evangelico, ma è pieno giorno, tanto che possiamo ricostruire ogni dettaglio e ogni intreccio delle piante.

 

Questa è una scelta molto indicativa e per capirne il perché bisogna risalire ad un episodio emblematico che riguarda Van Gogh quando, nel 1889, ebbe una violenta controversia con Paul Gauguin proprio sul tema della rappresentazione dell’Orto degli ulivi.

 

Gauguin gli aveva tracciato su una lettera il disegno di un quadro in cui aveva immaginato la scena. Van Gogh si era infuriato ribattendo che quella visione letterale era fuori dal tempo e contraria anche allo spirito di quell’episodio. Era una banalizzazione.

 

E in tutta risposta aveva dipinto gli ulivi, incisi nella luce del pieno giorno, nel giardino dell’Ospedale psichiatrico dove era ricoverato: quello era il suo modo di restituire il senso drammatico del fatto accaduto, la tensione umana e insieme cosmica di quell’istante (come ha reso magistralmente Charles Péguy in Véronique).

 

Van Gogh non ha rappresentato l’episodio; anche lui, come oggi ha fatto Paola Marzoli, ne ha presa l’impronta. È indubbio che oggi gli ulivi di Van Gogh, senza neppure aver bisogno di un titolo esplicito, ci commuovano e ci portino “dentro” l’orto del Getzemani assai più che il soggetto dipinto in modo letterale da Paul Gauguin.

 

Perché succede questo? Perché in quel modo Van Gogh annulla una distanza. Il suo far memoria è un portare al presente, non semplicemente un “ricordare”. Lo stesso vale per questo quadro di Paola Marzoli.

 

Dipingere foglia per foglia l’ulivo del Getzemani è una domanda affinché quel fatto torni a investire la sua vita. Il gemito del mondo non ha poi bisogno di effetti speciali o di evidenziature gridate. Grida e commuove di più il silenzio afflitto di quelle foglie e di quei rami intricati e tesi sotto il sole a picco della Palestina.

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