8 febbraio

Trump e Netanyahu: fatidico incontro

Il Parlamento israeliano ha ratificato la legittimità dell’edificazione di 4.000 alloggi costruiti da cittadini ebraici in Cisgiordania.

La mossa della Knesset è certamente una sfida senza precedenti alle Nazioni Unite, dal  momento che fa strame della recente risoluzione che aveva dichiarato illegali questi e altri insediamenti israeliani in territorio palestinese.

Ed è certo collegata alla vittoria di Donald Trump: il nuovo inquilino della Casa Bianca ha più volte dichiarato la sua contrarietà a quella risoluzione e, più in generale, alla posizione del suo predecessore sulla questione palestinese, che lo aveva portato in urto con le autorità di Tel Aviv.

E però il voto della Knesset è sicuramente non concordato con Washington, la cui politica nei confronti di Israele, al di là dei reiterati proclami, deve ancora delinearsi con chiarezza.

Cosa che accadrà a partire dal 15 febbraio, data nella quale è fissato il primo incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Pare che anche quest’ultimo, nonostante sia notoriamente un falco, abbia più subito che spinto per la risoluzione votata dal Parlamento israeliano.

Sul punto riportiamo un passaggio di un articolo di Bernardo Valli (Repubblica del 7 febbraio): «Benjamin Netanyahu era esitante. Dopo avere accolto con entusiasmo la partenza di Obama e l’arrivo di Trump il primo ministro ha capito che il neo presidente, pur sostenitore della destra israeliana, non poteva inimicarsi il mondo arabo.

Ne aveva bisogno nella guerra contro lo Stato islamico e per questo era diventato vago sul trasloco dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, e aveva invitato a non estendere gli insediamenti in Cisgiordania per non impedire la ripresa del dialogo israelo-palestinese».

Il voto al parlamento è stato invece fortemente voluto dall’ultradestra, in particolare da Naftali Bennet, leader di “Focolare ebraico”, che vede nel nuovo vento di destra che sta attraversando il mondo un’opportunità unica per prendere il potere in Israele, approfittando anche del momento di debolezza che sta attraversando Netanyahu (oggetto, tra l’altro, di un’indagine di polizia molto insidiosa).

Proprio tale debolezza ha impedito a Netanyahu di porre un freno a una legge che mette ancora una volta Israele in urto con il mondo. Un freno che la sinistra israeliana non può porre data la sua ormai endemica debolezza, e che potrà essere posto, semmai, dalla Corte Suprema, che in passato ha bocciato iniziative politico-edilizie altrettanto avventurose.

Ma al di là del caso specifico, pure più che importante, va sottolineata l’attuale posizione di Netanyahu. Falco come pochi altri leader israeliani, è oggi costretto a rincorrere l’ultradestra più che cavalcarla come ha sempre fatto.

Tali ultras non solo stanno dettando la sua agenda politica, ma stanno tentando di dettarla anche al presidente degli Stati Uniti, che dopo aver dimostrato una condiscendenza senza precedenti verso l’antico alleato mediorientale, sarà costretto a essere conseguente.

Come ha ricordato Valli, sull’ipotesi di uno spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, Trump ha già fatto un fatto un mezzo passo indietro.

E però è sulle colonie israeliane e sulla politica americana verso l’Iran che si giocherà la partita vera tra i due leader mondiali. E su ambedue i fronti Trump deve fare concessioni al suo interlocutore.

Ma sulle colonie non può spingere più di tanto senza rompere i rapporti con tutto il mondo arabo, cosa da evitare assolutamente. Né può spingere troppo contro l’Iran senza rompere con Putin (che si è dichiarato irremovibile alleato di Teheran).

Insomma, il presidente Usa, che ha fatto del decisionismo la sua arma vincente, sarà costretto a barcamenarsi come un qualsiasi altro politico, cui si richiede anzitutto di far buon uso dell’arte del compromesso. E tanto si giocherà il prossimo 15 febbraio.

Quando Netanyahu andrà a chiedergli, oltre che un aiuto per la sua permanenza al potere (in questa lotta all’ultimo sangue che lo contrappone all’ultradestra), di dare un avallo alla politica sulle colonie e, soprattutto, un seguito bellico all’escalation anti-iraniana, che per il premier israeliano è paranoica ossessione.

Se sulle colonie è possibile che Trump dia un qualche avallo, che però troverà un freno nella resistenza di tanto mondo (anche ebraico), è da vedere cosa accadrà riguardo l’Iran, i cui nemici son legione.

C’è chi paventa che in quel fatidico incontro potrebbe ripetersi quanto accadde al tempo del patto tra il presidente repubblicano George W. Bush e il premier israeliano Ariel Sharon, che costituirono l’asse portante (almeno quella visibile) della stagione delle guerre neocon.

Ma la storia, seppure ha il vizio di ripetersi, conosce varianti da non sottovalutare.

Anzitutto Sharon approdò negli Usa come leader incontrastato di uno Stato piccolo ma pronto ad affrontare sfide globali, mentre Netanyahu ci arriva da leader appannato di uno Stato in preda a convulsioni interne che ne minano l’equilibrio.

Tante anche le differenze tra l’attuale presidente Usa e quello di allora. Interpellato da un giornalista su Putin, se cioè non ritenesse un killer il presidente russo, Trump ha risposto: «Pensi che l’America sia così innocente? Anche da noi ci sono molti assassini […] Anche noi abbiamo fatto tanti errori. Pensa solo alla guerra dell’Iraq. Quanta gente è morta». Il riferimento a George W. Bush è più che esplicito.

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