Mondo

26 gennaio 2017

Di Muri e migranti

Il muro tra Stati Uniti e Messico? «Di muri, lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti, ce n’è già più di un terzo. La sua costruzione iniziò quando alla Casa Bianca c’era Bill Clinton […] Prima Clinton, e dopo di lui George W. Bush, autorizzarono i vari segmenti di muro che oggi si estendono per 1.116 chilometri degli oltre 3mila di tutta la frontiera che divide i due Paesi». Così Omero Ciai sulla Repubblica del 26 gennaio.

 

«Il costo delle recinzioni già esistenti è stato di circa 2,5 miliardi di dollari. Trump prevede di spenderne altri otto per costruire nuovi muri – tra 600 e 1000 km – in tutte quelle aree lungo la frontiera non protette da barriere naturali, come le montagne e i fiumi».

 

Così si conclude l’articolo: «Secondo le organizzazioni umanitarie la conseguenza delle barriere già costruite non è stata quella di contenere l’emigrazione o il narcotraffico, ma solo di provocare un aumento delle vittime».

 

Nota a margine. Informazioni istruttive per capire che intono alla costruzione del Muro di  Trump c’è tanta demagogia, sia da parte del neopresidente che da parte dei suoi avversari.

 

Resta che la politica anti-migratoria di Donald Trump, al di là dei roboanti proclami, somiglia a quella condotta finora dai governanti europei. Questi ultimi non hanno avuto bisogno di costruire muri, dal momento che già ne esiste uno efficacissimo ed è gratis: il Mediterraneo.

 

Un Muro che ha funzionato con implacabile efficienza per decenni, con il corollario di morti ben noto, molti di più di quelli registrati per analogo motivo sul confine americano.

 

Un Muro osservato con inumana indifferenza, se non con sollievo, dai governanti europei, prima degli sviluppi recenti che hanno visto la Germania accedere all’idea che un’immigrazione controllata possa rappresentare un’opportunità (diversa disposizione che però non ha cambiato le dinamiche dell’accoglienza, stante che ha prodotto solo una controversa, e ancora inevasa, ipotesi di ripartizione dei disperati del mare).

 

Anche la lotta agli irregolari promossa da Trump non appare una novità mondiale, stante che, al di là delle diverse retoriche, è praticata in tutto l’Occidente con più o meno rigidità (in fondo la diversità sta nella gradazione).

 

Non si tratta di sminuire la portata di certe misure restrittive del neopresidente, peraltro attese quanto necessitate dalle sue promesse elettorali, ma di evidenziare  la retorica di quanti ne criticano le decisioni pur muovendosi su direttrici non molto diverse (basti pensare ai predecessori di Trump).

 

La tragedia dell’esodo di milioni di persone non merita tanta retorica, quanto ragionevolezza: esercizio difficile ma necessario per una problematica stretta tra imprescindibili ragioni umanitarie e necessaria lungimiranza.

 

Per fare un esempio, se davvero Trump riuscirà a trovare un coordinamento con la Russia contro il Terrore, cosa che trova tanto acceso contrasto in tanti dei suoi avversari “pro-migranti”, riuscirà a porre un freno alla dilagante destabilizzazione globale e a tanto disperato esodo conseguente.

 

Il problema dei flussi migratori si gioca più su questo piano e su quello della ridistribuzione delle ricchezze che una globalizzazione senza correttivi preda ai poveri della terra (contro la quale si muove Trump), piuttosto che sull’edificazione di pur deprecabili muri, i quali, peraltro, come hanno dimostrato questi decenni, costituiscono barriere alquanto aleatorie, che non riescono ad arrestare i flussi migratori epocali ai quali dovrebbero far argine.