10 gennaio

Criticare Trump è “cool”

Criticare Donald Trump è cool. Dopo tanti divi dello star system lo fa anche Meryl Streep. La reazione del presidente è immediata e arriva, al solito, via tweet.

Ma al di là dei contenuti della diatriba, che lasciano il tempo che trovano, val la pena soffermarsi su questa alzata di scudi hollywoodiana contro il nuovo presidente. Che rappresenta un fenomeno nuovo nella storia americana dato che non si è mai dato l’analogo.

Il fatto è che, appunto, criticare Trump sembra diventato di moda: chi si esime è out. Una critica preventiva, peraltro, ché il tycoon non si è ancora insediato.

Una critica che viene dal mondo radical chic, il quale va a braccetto con i vari mondi resi orfani dalla sconfitta di Hillary Clinton.

In particolare l’apparato militar industriale e la grande Finanza che avevano puntato tutte le loro fiches sulla signora, che aveva loro promesso la guerra globale contro la Russia, immaginata come unica via di uscita alla crisi che sta attanagliando gli Stati Uniti d’America e l’Occidente (sul punto vedi articolo precedente)

La ricetta economica di cui è portatore Trump, ovvero il protezionismo e il conseguente attutimento della globalizzazione, giusta o sbagliata che sia, almeno è meno cruenta.

Un ambito di oppositori variegato quello che si erge contro Trump, che ha in Barack Obama il suo punto di riferimento (anche se egli sta giocando una partita tutta sua in vista delle prossime elezioni presidenziali).

Nonostante sia in scadenza, il presidente pro-tempore cavalca l’onda anti-Trump cercando di frapporre più ostacoli possibili a quell’appeasement con Mosca tanto agognato dal suo successore (e da tanti ambiti orientali e occidentali).

Un mondo variegato, appunto, ma unificato da un’ossessione anti-russa che non si vedeva dai tempi del maccartismo. Ironia della sorte, proprio quel maccartismo che infierì non poco sull’ambito del cinema che oggi invece gli si consegna gioioso.

Ambito cinematografico che, va ricordato per dovere di cronaca, non ha alzato il ditino ammonitore in maniera così massiccia quando a minare nel profondo la democrazia statunitense era stato un altro presidente: quel George W. Bush che pure fece approvare il patriot act, altamente lesivo dei diritti civili americani, che diede poi la stura al programma di intercettazione globale svelato nel Datagate.

Né critiche sono state mosse quando lo stesso presidente ha lanciato la corazzata americana in collisione con il mondo, destabilizzandolo nel profondo. Dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria, alla nascita parallela del Terrore globale (che da tale destabilizzazione ha tratto alimento diventando l’attuale mostro).

Né alcuno ha fatto notare che favorire più che attivamente vari regime-change in giro per il mondo avrebbe giocoforza reso impalpabile anche in patria il concetto di sovranità popolare, consegnando anche i destini degli Stati Uniti ai desiderata delle élite dominanti.

Poche proteste, flebili e isolate critiche. Perché tutte queste politiche sono state entusiasticamente condivise dalla politica prediletta dal suddetto star system: Hillary Clinton appunto.

La signora è stata sconfitta in elezioni regolari, come ammettono anche i solerti fautori dell’asserito hackeraggio russo, che ne avrebbe dovuto influenzare l’esito (se pur vero, ammettono questi, tale influenza sarebbe solo uno dei fattori della sconfitta, e non certo il più importante). E con la Clinton è stata sconfitta la barbarie della quale è stata solerte propugnatrice.

E se a uscire vincitore di questa tenzone è stato un “barbaro volgare” è perché la sua avversaria era, appunto, altrettanto barbara: la “barbara sanguinaria” (vedi articolo precedente).

Ora dare del “barbaro volgare” a Trump non è solo sciocco, dal momento che si sottolinea l’ovvio, ma è anche omissivo.

Tali accuse, infatti, tendono a obliare, e a far obliare, la deriva di cui sono preda da circa quindici anni gli Stati Uniti d’America.

Una deriva che ne ha imbarbarito la politica interna ed estera, la società e la cultura.

Un truce imbarbarimento rispetto al quale ha le sue responsabilità la signora Clinton e, per omissione, quei radical chic che sono stati tanto omissivi in passato quanto conniventi oggi con i loro moralismi d’accatto.

Si tratta di bravi attori e brave attrici che, evidentemente, non sono altrettanto versati/e in politica. È una scusante, anche grande, ma sarebbe meglio che continuassero a fare il loro mestiere, nel quale riescono in maniera magnifica.

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