5 gennaio

Adeste Fideles

«”Uscendo dalla santa messa siamo altrettanto felici quanto lo sarebbero stati i Magi se avessero potuto portare via il bambino Gesù [così il santo curato d’Ars ndr.]”».

«Come è bella questa immagine! Perché dice che è solo il presente che rende contenti. Uscendo dalla santa messa siamo felici come lo sarebbero stati i Magi se, usciti dalla casa, avessero portato con sé il bambino Gesù. Perché non basta averlo visto una volta e non basta averlo trovato una volta, se non lo si porta nel presente, o, meglio, se non si è portati nel presente».

Da “Il figlio da se stesso non può fare nulla”, meditazione di don Giacomo Tantardini.

Riportiamo questo cenno come povera attesa del mistero che la Chiesa celebra nell’Epifania. Cenno, però, che è anche carico di prospettiva per l’anno che viene, come augurio di preghiera per il 2017.

Volevamo accompagnare la meditazione di don Giacomo con una bella versione dell’Adeste Fideles, ma purtroppo in rete non ne abbiamo rinvenute.

Ci sono versioni cantate come si fosse alla Scala, cosa pregevole a livello musicale, ma che stride con lo scopo per il quale si compone la musica sacra (almeno quella cristiana), che poi è pregare.

Altre versioni sono lodevoli, ma con svolazzi musicali o canori degni di miglior causa; altre ancora, belle davvero, ma in lingua altra dal latino: un po’ come cantare “Yesterday” dei Beatles in italiano. Perde tanto, non solo a livello musicale.

Impossibile, peraltro, trovare la versione completa, cui siamo legati da tanta cara storia…

La versione che accompagna il video composto dal nostro amico Claudio Perini (che di musica capisce dal momento che, tra l’altro, anima il gruppo musicale Ukus in Fabula), è una delle meno peggio che abbiamo trovato.

Questo passa il convento, letteralmente. D’altronde tale è la situazione della Chiesa, che non sa neanche riproporre al mondo i suoi poveri tesori, i quali peraltro incontrerebbero il gradimento anche di tanti non cattolici (basti pensare ai tristi canti di Natale che girano in questi giorni… ). Tant’è.

Comunque in questa versione c’è la frase che forse più tocca il nostro povero cuore: «Sic nos amantem quis non redamaret?». Chi non amerà a sua volta Colui che ci ha amato così tanto?

Nessuno può amare Dio se resta mistero ignoto e insondabile. Al massimo si può averne timore, riconoscerne l’onnipotenza, lodarne la giustizia e via dicendo.

Per questo Gesù si è fatto carne, ci ha amato così tanto da farsi carne: perché potessimo vederlo, riconoscerlo e amarlo. Se lui ci ha amati per primo, allora anche a noi, poveri peccatori, per grazia, diventa possibile l’impossibile: amare Dio.

Un augurio a tutti i lettori.

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