30 dicembre

Obama vs Trump

Barack Obama caccia 35 russi dagli Stati Uniti. E chiede sanzioni contro i capi dei servizi segreti di Mosca. Una decisione da Guerra Fredda, in risposta agli attacchi hacker contro i sistemi informatici americani durante le recenti elezioni presidenziali.

In altro articolo abbiamo scritto come questo presunto complotto russo non convinca (per leggerlo cliccare qui).

Ma al di là della veridicità o meno delle accuse, in certo immaginario tale asserita ingerenza esterna potrebbe risultare come una sorta di beffarda nemesi per un Paese che negli ultimi decenni ha partecipato attivamente a diversi regime-change in giro per il mondo (Iraq, Libia, Siria, Ucraina).

Né le accuse alla Russia possono cancellare quel che gli hacker, russi o (più verosimilmente) americani, hanno portato alla luce: dai favoritismi ricevuti dalla Clinton dal partito democratico, che le hanno consegnato la nomination contro il suo avversario interno, alla consapevolezza della stessa del sostegno di Arabia Saudita e Qatar all’Isis. E altre amenità similari.

Né va dimenticato che gli asseriti complotti russi hanno avuto certo meno influenza sul voto delle rivelazioni sulla Clinton del capo dell’Fbi, il quale non è certo sul libro paga di Putin.

Ma al di là del particolare, resta sorprendente la reazione di Putin: tutti si aspettavano un parallelo allontanamento di funzionari statunitensi da parte di Mosca, che invece non avverrà. Lo ha annunciato il presidente russo, spiazzando ancora una volta politici e osservatori d’Occidente.

Non si tratta di un’ammissione di colpa, ché la reazione uguale e contraria nel passato era un atto dovuto a prescindere. Piuttosto si tratta di una decisione tesa a rifiutare la logica della Guerra Fredda, quella alla quale Obama sembra essersi consegnato al termine del suo mandato e nella quale evidentemente sperava di trascinare i suoi antagonisti aumentando ancora di più le distanze.

Si tratta di allargare il più possibile il fossato che divide Washington da Mosca, come hanno osservato in tanti, così da rendere la strada per un’intesa russo-americana, come da voti di Trump, irta di difficoltà. Difficoltà che una buona azione di boicottaggio successiva al suo insediamento, da parte del Parlamento o degli apparati della sicurezza, possono accrescere a dismisura.

La mossa di Obama quindi non è diretta solo contro Putin, ma anche contro il suo successore, la cui elezione, è l’implicita accusa, sarebbe viziata appunto dalle ingerenze russe.

In realtà quella di Obama si configura come un’azione contro la democrazia: se il popolo americano ha votato Trump, l’ha scelto non solo per il suo ciuffo e la sua volgarità, ma anche e soprattutto per il suo programma (a meno di pensare che gli elettori della Clinton erano civili e gli altri trogloditi, logica che non appartiene alla democrazia).

E il cambiamento delle direttrici della politica estera americana è stato uno dei punti nodali della campagna elettorale di Trump, ribadito peraltro ogni piè sospinto in comizi, interventi televisivi e social.

Tentare di ostacolare, con forzature più o meno legittime dei meccanismi democratici (come fa Obama), i desiderata del popolo americano forse risponde a quell’idea di democrazia che gli Stati Uniti hanno esportato in questi ultimi decenni in vari angoli del mondo, non certo a quella immaginata dai padri costituenti americani.

Già, più che un danno alla Russia e a Trump, quel che sta avvenendo, sotto gli occhi compiaciuti di media e politici occidentali, è un vulnus non solo all’idea, ma ai fondamenti stessi della democrazia, in quell’America dove tale modello di governo si è affermato per la prima volta nella storia. Non è una bella pagina di attualità.

Tanto scomposto attivismo, oltre che rispondere a certe logiche divisive ben note, potrebbe avere una spiegazione personale. Nel suo discorso di addio, Obama aveva prefigurato che, in caso di vittoria della Clinton, sarebbe rimasto a Washington e, di fatto, alla politica attiva (a differenza dei suoi predecessori).

Evidentemente il desiderio è rimasto. E sembra volersi candidare a futuro punto di riferimento dell’opposizione dei democratici a Trump.

Se anche non riuscisse a fare eccessivi danni al suo successore, potrebbe essere lui il king-maker del suo sfidante alle prossime elezioni presidenziali.

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