20 dicembre

L’Avvento e l’attrattiva Gesù

In questo ultimo scorcio di Avvento che ci separa dal prossimo Natale, pubblichiamo, come suggerimento di preghiera, una meditazione tenuta da don Giacomo Tantardini nell’Avvento del 1999 in occasione di un ritiro spirituale dei Memores Domini, associazione di laici consacrati al Signore.

È accaduto qualcosa duemila anni fa. Qualcosa per cui siamo qui questa sera, per cui la genialità di Mozart si é espressa nel “Dies irae”.

Qualcosa di nuovo; anzi, l’unica cosa nuova, veramente nuova, accaduta nel mondo.

C’è un nome che ci è diventato familiare, soprattutto in questi mesi. C’è un nome che descrive il cuore di quello che è accaduto. Questo nome è attrattiva: l’attrattiva Gesù.

Da allora, da duemila anni, è possibile che questa attrattiva incontri il cuore dell’uomo. Ha incontrato il cuore di tanti uomini; innanzitutto il cuore di sua madre, e l’ha riempito di stupore.

A me, da quando ho intuito questa cosa, colpisce sempre il dogma della verginità della Madonna durante il parto, che vuol dire che quel parto è stato pieno di stupore. A differenza di ogni nascita di uomo, che è segnata dal dolore, quel parto è stato pieno di stupore.

Da allora, questa attrattiva ha incontrato sua madre, ha incontrato Giuseppe, ha incontrato Giovanni e Andrea e ha incontrato anche noi, tant’è vero che siamo qui.

Questo qualcosa che è accaduto, o questa attrattiva, per usare il nome che Giussani ha dato al suo libro… A me ha stupito proprio quando, prima che uscisse il libro, una volta Giussani mi dice: «Mi hanno proposto di intitolare il libro “L’attaccamento a Cristo”, ma io ho proposto “L’attrattiva Gesù”». Mi ricordo che ci siamo guardati come riconoscendo la stessa cosa… È qualcosa che viene prima, prima di come siamo adesso. Prima di come sei e prima di quello che senti.

È qualcosa che viene prima, così che ha potuto incontrare il cuore di Zaccheo che, come dice Giussani definendo quell’uomo, era un ateo accanito e cinico. Se fosse dipeso da lui, non l’avrebbe incontrato.

Invece quell’attrattiva che viene prima ha potuto incontrare il cuore di quest’uomo. Da parte sua c’era solo una semplice curiosità umana. E questa attrattiva, che viene prima, ha incontrato e abbracciato il cuore del pubblicano che non osava neppure alzare gli occhi per i peccati che aveva compiuto.

Non solo viene prima, ma non dipende anzitutto da me e non dipende anzitutto da te… non dipende da come si è qui questa sera, da come sono qui questa sera… non dipende anzitutto da questo.

Ciascuno di noi può essere qui magari con la ribellione nel cuore; può essere qui con una distrazione di giorni, di settimane, di mesi; può essere qui magari con una maschera sul cuore, quella maschera che è inevitabile quando uno parte da sé (quando uno parte da sé è inevitabile che, a un certo punto, il cuore sia come coperto da una maschera).

Ma, proprio perché non dipende anzitutto da me e da te, è possibile per me e per te. È possibile che questa attrattiva ora, adesso, rinasca per me e per te; risorga per me e per te. Adesso sorprenda come la prima volta; anzi, più che la prima volta. Adesso, in questi giorni, in questo Avvento è possibile che sorprenda il mio cuore, sorprenda il tuo cuore. Proprio perché non dipende anzitutto da me e da te, è possibile per tutti. È possibile adesso.

A me ha colpito prima Carlo che mi riferiva che, avendo chiesto a Giussani qualcosa per questi giorni di ritiro, Giussani, rispondendo di accennare qualcosa sull’Avvento, ha usato la parola penitenza.

Io credo che penitenza è riconoscere, è accettare quello che siamo: niente e peccatori.

Non dipende anzitutto da te ed è possibile per te. In fondo, l’unica cosa che uno può fare è semplicissima: è riconoscere e accettare quello che siamo. Questa, in fondo, è la penitenza: l’umiltà. Siamo niente (niente!): niente come creature. E non solo niente, ma un niente che tante volte ha dimenticato di essere niente e che tante volte, con cattiveria, ha voluto costruire lui.

Quindi siamo niente e siamo peccatori. Così la penitenza trasforma questo possibile scandalo (che siamo niente e che siamo peccatori, che ci accorgiamo di essere [niente e peccatori ndr.]). A me ha colpito proprio l’immagine che Giussani dà di Zaccheo: ateo accanito e cinico, trasforma questa possibilità di scandalo in possibilità di letizia.

Questa attrattiva si compiace, ha pietà del nostro niente e del nostro essere peccatori. Si compiace di abbracciare il nostro niente e il nostro essere peccatori. Si riposa, come dice la finale del libro di sant’Ambrogio tante volte ricordata da Giussani.

Si riposa: «Ho letto che Dio ha creato il cielo e non si è riposato, ho letto che Dio ha creato le stelle, la terra, e non si è riposato. Ha creato l’uomo e si è riposato. Invenit cui peccata dimittere/ finalmente aveva trovato uno a cui poteva perdonare i peccati».

Quindi invece di possibilità di scandalo, diventa possibilità di letizia; e così, nell’orizzonte di questa letizia, questo essere niente e questo essere peccatore si esprime nell’unica cosa, proprio l’unica, che semplifica tutto.

Quando ci si accorge che è l’unica cosa possibile, semplifica tutto, perché è il cuore delle altre cose di cui si parla, di cui si tratta; è il cuore di ogni altra cosa: è possibile la povertà del desiderio, che è domanda o attesa.

E l’attesa non è uguale a niente. Ricordate quell’immagine bellissima di Giussani quando, in quella stazione vicino ad Assisi, arrivava, se non sbaglio, al mattino presto e doveva aspettare due ore per poi andare ad Assisi, alla Cittadella cristiana di Assisi. E guardava tutte quelle persone che erano lì e che non facevano niente. Invece non è che non facessero niente: aspettavano, aspettavano il treno.

L’attesa, l’aspettare, il desiderare, il domandare. C’è una distanza infinita tra il niente e questa povertà che è il desiderio, che è l’attesa, che è l’aspettativa buona del cuore.

L’Avvento è il tempo in cui questa terra arida che noi siamo, questo deserto che noi siamo, stende la mano, desidera, attende, aspetta. E più è potente la memoria dell’attrattiva, proprio l’esperienza storica dell’attrattiva, e più è semplice, più è povero questo desiderio, questa attesa, questa aspettativa.

Più è potente la memoria, più è potente il “già” di attrattiva sperimentato e più, paradossalmente, è vuota la mano che domanda. Così vuota che il modo più semplice per domandare è fare una cosa che non facciamo noi, cioè ricevere i sacramenti.

Il modo più semplice per domandare è il puro aderire al gesto di un altro, letteralmente di un altro, assolutamente di un Altro. E i sacramenti sono gesti di Cristo. Così che la modalità più reale per vivere questa attesa che è l’Avvento è proprio la partecipazione ai sacramenti: dalla novità della confessione (ricordate Miguel Manara…), alla comunione nell’eucarestia.

Facendo quest’unica cosa (cioè desiderando, domandando, tendendo la mano vuota), affrettiamo. Come diceva la lettura del breviario di oggi, la seconda lettera di san Pietro: «Attendendo, affrettate il giorno del Signore».

L’unica possibilità che l’uomo ha di affrettare, è questa attesa. Ma questo, analogicamente, è evidente anche nel rapporto tra i genitori e i bambini: l’unica modalità che hanno di affrettare l’essere voluti bene sono gli occhi che lo desiderano.

E così anche il fatto dei novizi che sono qui con noi questa sera, ma che faranno la professione quando ci sarà don Giussani, la loro presenza aiuta, aiuta l’umiltà di questa attesa; aiuta questa penitenza (perché è bello questo nome: potrebbe essere scandalo, invece è letizia). Aiuta questa possibilità di domanda che affretta, che affretta un’esperienza sempre più rinnovata, sempre più grande, di quell’attrattiva che si chiama Gesù.

Adesso, prima della Messa, cantiamo il Veni Sancte Spiritus. Lo Spirito Santo è un altro nome per dire il nome che Giussani ha messo al libro. L’attrattiva identifica proprio questo: lo Spirito Santo è l’attrattiva Gesù.

L’attrattiva Gesù, proprio teologicamente, è un altro modo per indicare quella Presenza che, nel mistero  della Trinità, la Chiesa chiama Spirito Santo.

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