16 dicembre

La liberazione di Aleppo

E così Aleppo cade. Gli ultimi jihadisti asserragliati in alcuni quartieri orientali della città si sono arresi definitivamente, e oggi gran parte di loro hanno iniziato a lasciare il martoriato nucleo urbano: destinazione Idlib, città presso il confine turco saldamente in mano alle forze anti-Assad.

Li trasportano i bus verdi inviati dal governo di Damasco sotto gli occhi attenti dei russi, che vigilano affinché non avvengano incidenti (erano accaduti ieri, in circostanze non chiare, mandando all’aria il primo accordo tra i belligeranti).

La battaglia di Aleppo è finita. E la guerra siriana giunge a una svolta decisiva, quella che consente ad Assad di stabilizzare in via provvisoriamente definitiva la sua posizione.

Un esito imprevedibile e imprevisto da quanti, cinque anni fa, hanno scatenato quella che è stata la più feroce guerra che si sia combattuta nel Medio oriente negli ultimi anni, che avrebbe dovuto porre fine al governo di Assad secondo lo schema proprio del regime-change già adottato per Saddam e Gheddafi.

Con la conquista di Aleppo quel progetto, alimentato dalle cancellerie occidentali, oltre che da sauditi e, pur in maniera ambigua, dai turchi, è definitivamente fallito.

Per gli ambiti che l’hanno fortemente propugnato è una sconfitta pesantissima. Che deve essere oscurata, per evitare ulteriore discredito internazionale.

Così una settimana fa l’Isis ha ripreso Palmira. Un’azione invero bizzarra quanto inutile, per la quale si sono immolati vanamente centinaia di jihadisti.

Città di stupefacente ricchezza archeologica, non ha alcun valore reale né strategico. Essa però rappresenta un simbolo di civiltà e di bellezza. Tanto che quando i russi l’avevano strappata dalle mani dei terroristi in camicia nera vi avevano organizzato un concerto, come segno della sua restituzione all’umanità.

La mossa dell’Isis, che in questa guerra ha agito in combinato disposto con le varie bande di jihadisti anti-Assad, aveva due scopi: “coprire” a livello mediatico la conquista di Aleppo e, insieme, rilanciare la sfida contro il governo di Damasco nel segno della “lotta continua”.

Ed è stata possibile grazie all’allentarsi della stretta su Mosul da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Una pausa delle operazioni militari che ha offerto ai miliziani dell’Isis una finestra di opportunità per confluire in forze in Siria.

Qui, a Palmira appunto, hanno attaccato usando la cloud strategy, una strategia che prevede l’afflusso disgregato (per singoli o a piccoli gruppi) di militari in un determinato luogo, creando quindi improvvise masse critiche da usare come imprevedibile forza d’urto (una variante militare dei più felici “flash mob”).

Una strategia a “nuvola”, insomma, un po’ come la nuvola che ha aleggiato sulla fase finale della battaglia di Aleppo negli ultimi giorni.

Non una nuvola strategica, stavolta, bensì di disinformazione. Creata ad arte e rilanciata in maniera ossessiva dai media.

Che rimandavano denunce infondate di massacri di civili da parte delle forze siriane, oltre che uccisioni di prigionieri a sangue freddo; ma soprattutto disperati appelli di persone di Aleppo Est che annunciavano al mondo la loro prossima dipartita per mano delle forze di Damasco (molto istruttivo in proposito il video che segnaliamo).

La disinformazione ha accompagnato fin dall’inizio questa sporca guerra, ma quest’ultima coda, come scritto, aveva un fine diverso dal passato: non era più solo tesa a criminalizzare Assad, come d’uso, ma anche e soprattutto era volta a “coprire” e a “distogliere” l’attenzione da quanto stava veramente accadendo in quell’angolo di mondo.

Non solo che si trattava di una liberazione, come segnalano le immagini della popolazione civile in festa che giungono dalla città, ma anche altro e ben più importante, ovvero che la guerra siriana (che poi è guerra mondiale fatta a pezzi come da definizione di Francesco) è giunta a una svolta fatale.

Tale il timore dei costruttori di guerra: la strategia del Terrore trae la sua forza dall’apparente invincibilità dei suoi propugnatori. Da qui la necessità di nascondere (o tentare di nascondere) in tutti i modi quel che segnala la caduta di Aleppo: il mondo è cambiato. E non come volevano loro.

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21 novembre

La Siria post-Isis

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