3 dicembre

Kerry: “Aleppo è andata”

vb-1121x550«Aleppo è andata, ma la Russia ha bisogno di una pace, ora è il momento di riprendere le trattative guidate dalle Nazioni Unite». Così John Kerry al Med, Forum internazionale organizzato dal ministero degli Esteri italiano, al quale ha partecipato anche il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.

Una battuta, quella di Kerry, che vale la storia. In effetti l’esercito siriano e i suoi alleati (russi, hezbollah e iraniani) hanno ormai liberato oltre il 60% della zona Est di Aleppo, quella occupata dagli jihadisti.

Non abbiamo usato a caso il termine “liberato”, perché si tratta proprio di una guerra di liberazione, al contrario di quanto hanno riferito finora in maniera ossessiva i media mainstream.

Non servono altre parole per spiegarlo, ne abbiamo spese fin troppe sul nostro piccolo sito. Basta guardare i video provenienti da Aleppo, con la gente in festa dopo la fuga degli oppressori (cliccare qui per vedere i filmati che accompagnano un bell’articolo di Patrizio Ricci sul sito Vietatoparlare.it).

E condividere, di lontano, quella povera gioia dopo anni di intimidazioni, ristrettezze e paura (davvero qualcuno può credere che gli aleppini vivevano bene sotto il giogo di Al Nusra, al Qaeda?).

Resta da liberare parte della città, ma come da significativa affermazione di Kerry, ormai è un processo irreversibile, e la fase bellica dovrebbe essere conclusa a breve: motus in fine velocior (il moto alla fine è più veloce).

Lo sanno anche i cosiddetti ribelli, i quali dopo anni di dinieghi, si sono piegati a trattare. E lo fanno tramite la Turchia, dove si incontrano con siriani e russi (significativo che da tali colloqui sia esclusa Washington, a dimostrazione del nuovo ruolo della Russia in Medio Oriente).

Anche un piccolo incidente di percorso è stato risolto velocemente. Alcuni giorni fa il presidente turco Recep Tayyp Erdogan aveva dichiarato che l’esercito turco era entrato in Siria per cacciare Assad.

Affermazione che sembrava dovesse far saltare il banco, dal momento che dall’inizio della guerra Mosca ha sempre ribadito il suo sostegno al presidente siriano. È bastata una decisa e pubblica presa di posizione russa a far cambiare idea a Erdogan, che ha pubblicamente smentito.

D’altronde Erdogan ha bisogno più che mai della sponda russa, dal momento che vive un momento di isolamento internazionale per la sua politica repressiva e a causa della crisi economica che attanaglia il Paese (a questo proposito da poco è stato ufficializzato l’accordo russo-turco sul Turkish stream, che porterà il petrolio russo in Anatolia per essere poi commercializzato). Da qui un ritorno di “ragionevolezza” del presidente turco sulla crisi siriana.

Insomma, è andata. Resta però da trovare un accordo alto che suggelli la fine di questa fase della guerra e ponga le basi per un dialogo sul futuro dell’intero territorio siriano, partita ancora aperta, ma al momento meno importante.

Kerry ha spiegato che fino al 20 gennaio, data di insediamento di Trump (la cui vittoria alle presidenziali non è certo estranea al felice esito della battaglia di Aleppo), sarà ancora operativo.

Potrebbe essere lui a chiudere la partita, fosse anche per poter passare alla storia come colui che ha messo fine a questa sanguinosa, sporca, guerra.

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