30 novembre

Fidel e la fuga in Egitto

fugaegittoControversa la storia di Fidel Castro, anche nei riguardi della Chiesa cattolica. Certo non mancarono asprezze verso tanti sacerdoti, anche se è pur vero che a Cuba le chiese rimasero in attività anche durante gli anni duri del regime, quelli dominati dall’abbraccio soffocante dell’Unione Sovietica (alla quale i rivoluzionari si consegnarono per difendersi dalle pressioni americane). Né all’Avana nessuno si sognò mai di buttar giù la statua del Cristo eretta al porto a protezione della città.

Una storia controversa, che con la visita di papa Wojtyla del gennaio del ’98 si fa più lineare, dal momento che l’incontro tra il papa anticomunista e il leader rivoluzionario realizzò un miracolo imprevisto, ovvero l’inizio di un dialogo vero e costruttivo tra Chiesa e Stato, sebbene con tutte le lentezze e fatiche del caso.

A suggello di quella nuova stagione, le visite dei successori del papa polacco, da Benedetto XVI a Francesco. Ma al di là dei papi, val la pena accennare anche all’incontro con Madre Teresa, che raccontano sia durato ore.

Un incontro sulla fede, e alquanto intenso, che si concluse con la richiesta usuale della santa degli ultimi, la quale chiese a Castro se potesse far giungere sull’isola una decina di missionarie della carità. Può far venire a Cuba tutte le suore che vuole, fu la secca risposta del suo interlocutore.

Nel nostro piccolo, ricordiamo anche quando a visitare Cuba fu don Giacomo Tantardini. Era la fine del 1997 allora, alcuni giorni prima della storica visita di Giovanni Paolo II.

Don Giacomo vi giunse con amici, e il giorno dopo l’arrivo chiese di poter dire messa in albergo, stante che era impossibile per motivi logistici celebrarla in una chiesa vera e propria (cosa che avrebbe fatto nei giorni successivi).

Una richiesta ingenua, da povero sacerdote, che suscitò non poco scompiglio. Per legge, negli alberghi non si potevano realizzare manifestazioni politiche o religiose. La richiesta incontrò quindi obiezioni di vario tipo e a vario livello, fino a quando non intervenne lo stesso Castro, che disse al ministro per gli affari religiosi di acconsentire.

Fu la prima volta che un albergo cubano ospitò una messa cattolica, almeno dal post rivoluzione. Ed era la messa del 1° gennaio, come scritto: per una bizzarra coincidenza del destino era anche l’anniversario della rivoluzione cubana.

Da quel giorno tra don Giacomo e Fidel nacque un rapporto a distanza. Nessuna relazione vera e propria né comunicazioni di sorta. E però Fidel di tanto in tanto si informava su quel sacerdote giunto in maniera così imprevista nella sua isola, nonostante i tanti veti del mondo.

Uno dei tanti rapporti a distanza che caratterizzarono la vita di don Giacomo, tra i quali era pure quello con l’allora cardinale di Buenos Aires Mario Bergoglio.

Rapporti taciti, impliciti, secondo quelle dinamiche proprie dell’armonia nascosta che, scrive Eraclito, è più potente di quella manifesta (frase che don Giacomo aveva cara perché cara al suo amico don Luigi Giussani).

Così quello con Fidel, che ebbe a partecipare, di lontano, alle sue fatiche di sacerdote romano, perseguitato da tanta parte della Chiesa, per la quale si consumò fino alla fine, e da certo potere politico a questa schiera legato.

Così, un giorno, a manifestare la sua simpatia, inviò a don Giacomo la statuina che accompagna questo articolo. Che rappresenta la fuga in Egitto, il momento più drammatico della vita del bambino Gesù.

Ma un esilio immortalato durante un momento di riposo. Ché nelle persecuzioni il Signore non fa mai mancare ai suoi oasi di conforto e di pace.

Don Giacomo ne fu particolarmente contento, tanto che la tenne sempre con sé, vicina anche nelle sue preghiere. Così questa anonima statuina racconta una piccola storia, che attraversa e si interseca con la grande storia del mondo.

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