16 novembre

Usa: la guerra sul Segretario di Stato

bolton

È guerra sulla scelta del futuro del Segretario di Stato americano. I neoconservatori fanno pressioni per la nomina di John Bolton, alla quale pare si contrapponga quella di Rudolph Giuliani, che ha sostenuto Donald Trump dalla prima ora.

Si tratta della nomina più importante della nuova amministrazione, dal momento che è quella che più ne influenzerà la politica estera, in particolare se l’uomo designato avrà un profilo forte.

E Bolton ha proprio questo profilo, dal momento che fa parte di quella pattuglia di neoconservatori che prese il potere negli Stati Uniti all’indomani dell’11 settembre, ponendo sotto tutela il debole George W. Bush e lanciando gli Stati Uniti nell’abisso della guerra infinita, che prevedeva diversi regime-change (Iraq, Libia, Siria etc.) con conseguente destabilizzazione globale.

I neocon avevano puntato tutte le loro pedine sulla bellicista Clinton, ma, sconfitti, restano un ambito di potere forte, anzi fortissimo, e da tempo hanno messo in cantiere la possibilità di influenzare anche un’eventuale presidenza Trump.

Non solo potendo contare sulla loro storica presa all’interno del partito repubblicano,  ma anche tentando di accaparrarsi posti chiave nella nuova amministrazione, come sta avvenendo per il Dipartimento di Stato.

L’elezione di Trump ha infranto, almeno per ora, i loro sogni folli di uno scontro diretto Usa-Russia, ma se Bolton diventa Segretario di Stato possono riprendere a tessere la loro tela, in particolare rilanciando l’ipotesi di un confronto tra Stati Uniti e Iran, da tempo obiettivo sensibile di tale ambito.

Durante la campagna elettorale, Trump ha più volte contestato l’accordo sul nucleare iraniano faticosamente raggiunto da Obama, il più importante (e lodevole) successo dell’ormai ex presidente, che ha riaperto a Teheran le porte della comunità internazionale.

Resta da capire se la critica del trattato si limiterà a porre le basi per una sua rinegoziazione oppure ricomincerà la pressione per scatenare una vera e propria guerra tra Washington e Teheran, che incendierebbe tutto il Medio Oriente.

Da qui la pressione per nominare Bolton. Non sappiamo se tale forcing avrà successo. E però dai tempi in cui i neocon imperversavano è passata tanta acqua sotto i ponti.

Una guerra contro Teheran è oggi molto più rischiosa per gli Stati Uniti, potendo essa contare sui nuovi armamenti forniti da Mosca (e da Pechino, con la quale ha sottoscritto un accordo di tal genere proprio due giorni fa).

Ma più che sul piano bellico, un conflitto aperto è reso un po’ più difficile dal nuovo ruolo di Mosca, che ha ristabilito in parte la sua influenza in Medio Oriente, riallacciando rapporti più che proficui con Teheran.

A meno di non rimangiarsi tutto quel che ha detto in campagna elettorale in favore dell’instaurazione di un nuovo dialogo con Mosca, Trump sarà costretto a confrontarsi con Mosca anche sul destino di Teheran. Sia che al Dipartimento di Stato nomini Bolton sia che ci sia un altro.

Da questo punto di vista, un’eventuale nomina di Bolton, o di altro neoconservatore, potrebbe rappresentare un compromesso, per quanto precario, tra il mondo che ha eletto Trump e quell’ambito neocon che gli è stato avverso.

Compromesso che da parte neocon suonerebbe come un’accettazione, almeno momentanea, della nuova amministrazione. Dall’altra tale ambito vedrebbe garantiti, almeno in parte, i suoi interessi.

D’altronde i compromessi si fanno tra nemici. E se servono a garantire un ordine mondiale meno conflittuale hanno una loro ragion d’essere. Ma è ancora presto per capire gli sviluppi.

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